Diario di bordo

Cacciatori di Sogni e di Storie

Johann, in realtà, si chiama Hans. E non è un prete cattolico o un monaco buddhista, bensì un pastore metodista. Lo scopro a Chiang Mai, la seconda città della Thailandia, anziché nello sperduto villaggio dov’ero finito a cercarlo.
Il che dimostra che causalità e casualità possono coesistere. E’ un effetto del principio d’indeterminazione di Heisenberg, uno dei miti della mia personale cosmologia, di quei misteri che non comprendo ma che si prestano a ogni interpretazione. Senza contare che il nome stesso è di straordinario fascino estetico ed evocativo.
Ma partiamo dalla fine (che poi non è tale). Dunque, incontro Hans o Johann, che non è chi mi aspettavo, né dove me lo aspettavo. Come ciò accada e perché, questa è la trama di una storia che aspetta di essere scritta. Una storia che comincia in un ristorante italiano di Bangkok, dove sento parlare di un prete, forse un monaco, che da quasi trent’anni vive «da qualche parte, verso il confine con la Birmania» spostandosi tra i villaggi karen disseminati tra le montagne dell’area.
Questo è solo un appunto degli eventi che da quel momento si sono susseguiti secondo un apparente nesso di causa-effetto. Ma anche del tutto casuali, determinati da mie libere scelte personali, spesso per puro impulso. E’ l’autodeterminazione che per magia si manifesta nel principio d’indeterminazione.
E’ accaduto così anche per Hans: tanti anni fa ha scelto la Thailandia come terra di missione perché era interessato al buddhismo, aveva letto Siddharta. Ed è arrivato in uno sperduto villaggio karen, ancor più sperduto di quello dove l’avevo cercato, per puro caso. «C’erano così tante porte aperte» dice. Passata la porta di quel villaggio, ancora protetta dagli Spiriti, ha dovuto cercare un punto di contatto coi karen, un modo di comunicare il Verbo. L’ha trovato studiando i loro miti e i loro sogni, che paragona a quelli della Bibbia (le consonanze, in effetti, sono molte. A cominciare dal Nome di Dio: Y'wa, per i Karen).
E così, al tavolo del ristorante thai-vietnamita dove trascorriamo la controra, vedo apparire Jung coi suoi archetipi e Freud coi suoi sogni, Geremia con le sue lamentazioni, i wi e i k’thi thra, i profeti e gli sciamani karen coi loro Spiriti. Compagnia interessante e impegnativa.
Ripenso e rimpiango un po’ gli incontri e i personaggi che li hanno preceduti e mi hanno condotto qui. L’italiano che si definisce un avventuriero e ha molte storie da raccontare, il giovane prete karen che non capisce che cosa cerco, l’apparizione di un’affascinante Bernadette.
«Il buffo è che non so chi sto andando a cercare ma è bello partire all’alba per farlo» ho annotato il mattino che ho iniziato a seguire questa storia. Era come se, per l’ennesima volta, cercassi di innescare un personale effetto farfalla. Salendo su una vecchia corriera anziché con un battito d’ali.
«Alla fine si tratta di credere in Dio» dice Hans.
Io credo. E lo ringrazio per questa storia.

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Les Philosophes, di Joan Mirò
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L'arroganza dell'ignoranza

Taiji Quan: è la lotta a mani nude (Quan) del Supremo Assoluto (Taiji). E’ più nota come Tai Chi, metabolizzata come forma di ginnastica dolce e tecnica di respirazione. Molti la praticano o hanno provato a farlo. Pochissimi, invece, conoscono il “Thai Chi”. Anzi, uno solo. L’autore, ignoto, di un articoletto apparso su un giornale on line. Dal testo si può dedurre che abbia sincretizzato, per una misteriosa associazione di suoni e sentiti dire, il Tai Chi e la Muay Thai, ossia la boxe (Muay) thailandese. Non è un’imprecisione. E’ una dimostrazione d’ignoranza. Che paradossalmente diviene arroganza culturale nella condanna di una disciplina, la Muay Thai, praticata anche dai bambini (come accade da oltre un millennio). Certo: oggi è anche snaturata e in molti casi i bambini combattono per denaro. Ma non sono “istigati” dai genitori, come si legge nell’articoletto. Basterebbe conoscere il rispetto riservato ai bambini in Thailandia. E bisognerebbe conoscere i complessi codici che regolano i rapporti familiari. Così come bisognerebbe aver assistito agli allenamenti dei bambini nei villaggi: vissuti come un gioco e, al tempo stesso, rito d’iniziazione. Bisognerebbe saper valutare oltre lo schermo banale del politicamente corretto. Bisognerebbe sapere…Ma è inutile tentare di spiegare in casi disperati come questo.
Questo caso, però, è utile come paradigma del nuovo giornalismo: diffuso, partecipativo, onnicomprensivo e onnisciente, dove tutti sanno tutto e creano un mondo a loro immagine e somiglianza…
…Un mondo in cui il nulla è considerato qualcosa, il vuoto pienezza. (Confucio).





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Archetipi

C’è voluto qualche giorno ma alla fine l’ho capito: le moto sono come le navi da guerra.
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L’illuminazione l’ho avuta alla Ducati 2015 World Première, anteprima mondiale dei nuovi modelli del marchio divenuto un’icona globale. La riflessione su che cosa mi ricordassero le navi da guerra e i sistemi d’arma navale avanzati m’era venuta all’Euronaval, la più grande expo sulla difesa navale. Continuavo a chiedermelo osservando le presentazioni di sistemi d'arma o del network di sorveglianza marina Marsur.

Guardavo scorrere immagini che sembravano un videogame o un video di MTV cercando di definire meglio lo stile dello show. Ero immerso in una dimensione di realtà aumentata in cui le mie percezioni si amplificavano per il fatto stesso di condividere lo spazio con strumenti concepiti a allo scopo di espandere le capacità sensoriali.
Poi, del tutto casualmente e curiosità personale, ho assistito alla première Ducati. Ed ho ritrovato, nei video di presentazione come nelle specifiche tecniche delle moto, le stesse emozioni – nel senso di reazioni del sistema nervoso – provate all’Euronaval.

Similarità che si potrebbero estendere alla semantica (ad esempio nell’uso del termine “configurazione”) o ai materiali (la fibra di carbonio innanzitutto e soprattutto per il suo aspetto).
Ma il paragone più intenso e ambiguo al tempo stesso è quello che mi porta a considerare moto e armi come espressioni delle pulsioni primarie della nostra specie, materializzazioni dei miti, archetipi culturali. James Hillman, visionario filosofo e psicologo scomparso pochi anni fa, le definirebbe “costanti della dimensione umana”. Troppo umana.

A proposito di paragoni: ascoltate le colonne sonore dei due video
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L’ultima frontiera

Il Borneo è stato definito “l’ultima frontiera ai confini del mito”. La frontiera di quel mito l’ho attraversate molte volte. E ogni volta era più difficile uscirne, col corpo e con la mente. Una volta ho rischiato di non uscirne proprio. Non tutto intero, almeno. Ma è la mente, soprattutto, a restarne invischiata in una ragnatela di sensazioni, visioni, sogni: dopo due settimane in quell’ambiente non riesci più a venirne fuori.
Ci ripenso perché un vecchio amico mi ha invitato a partecipare a un libro sugli italiani nell’Oceano Pacifico. E ho scelto di scrivere il capitolo su Odoardo Beccari, un naturalista fiorentino che, tra il 1865 al 1878, esplorò le foreste dell’estremo sud-est asiatico. Spesso rimanendo isolato per mesi. Così le descrisse: “Infiniti e variati sono gli aspetti sotto i quali si presenta, come i tesori che nasconde…Il suo mistero, sacro alla scienza, tanto appaga lo spirito del credente, quanto quello del filosofo indagatore”. Si comprende perché i suoi resoconti abbiano ispirato Salgari. Ma Beccari non è personaggio salgariano. E’ più complesso, come si rivela nel suo “Nelle foreste del Borneo”, dalla scrittura piena di passione, considerazioni filosofiche, anche poetiche. Ricorda meglio certi personaggi conradiani, lo stesso Conrad.
Cominciando a documentarmi su Beccari, scopro nuove storie, ne riscopro altre disperse tra i files, tornano in mente letture e ricordi di viaggio. Si compone un intreccio di trame e personaggi in cui appaiono mari, foreste e grandi fiumi, bassifondi e alti fondali, pirati e cacciatori di pirati, gentiluomini di fortuna e sfortunati avventurieri, commercianti, esploratori, vecchie carrette e Land Rover.
Perduto in questa biblioteca di babele, penso che l’unico modo di uscirne sia riprendere un cammino, uno qualsiasi. Magari cominciando proprio da questi Bassifondi. Prima che la memoria dei passi si perda anch’essa, quando i sogni si confondono con gl’incubi e le visioni con i fantasmi.
Il Borneo - è scritto nell'introduzione a “La follia di Almayer” di Conrad - è uno di quegli scenari che sono una “metafora delle azioni che vi accadono”.


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Le illusioni della povertà

Donne sedute sui talloni, avvolte in sari colorati. Una posizione d’eleganza congenita che molte donne occidentali tentano invano di assumere.
In Bangladesh è una delle cause del prolasso della cervice. Dopo il matrimonio precoce, le numerose gravidanze, il lavoro nei campi.
Siedono così sul ponte della “Rongdhonu”, nave che Greenpeace ha ceduto a Friendship, organizzazione che ha per obiettivo l’assistenza medica nelle zone più povere e isolate di uno dei paesi più poveri e isolati del mondo. Una di queste, la più povera e isolata, è nel Golfo del Bengala, là dove il Gange e il Brahmaputra si congiungono in un immenso delta di paludi e basse terre. Ciclicamente devastato da cicloni e sommerso dai flussi di marea. Un mondo d’acqua dove non si trova acqua potabile.
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Alcune di quelle donne sono fortunate: vengono operate da un team di dottoresse venute dagli Stati Uniti. Altre meno. Come quella che forse ha il cancro – non lo sa con certezza, forse lo scoprirà morendo. Non appare sconvolta. Là dove la più comune malattia può rivelarsi fatale, il cancro è una malattia come le altre. Continuo a osservarla mentre torna a terra a bordo di una nouka, una malconcia barca da pesca, che fa la spola tra la riva e la nave ospedale col suo carico di donne in sari. Poco a poco, con la lontananza, appare quasi una scena dipinta da Gauguin. In posti come questo la prospettiva, la distanza, non sono più un punto di vista, creano un paradosso illusorio.
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La miseria crea la bellezza e la pura bellezza è fatta dalla miseria. Come la donna che trascina una rete camminando nel fiume. Non senti il peso della rete e il fango sul fondo, lo sforzo che giorno dopo giorno provoca il cedimento degli organi pelvici. Vedi solo un colore che si riflette nella corrente.
Sul ponte del Rongdhonu, invece, sei vicino: senti gli stessi odori, lo stesso calore, vedi le donne che attendono la visita, quelle ricondotte in barella sul ponte dopo l’operazione: addormentate, sono deposte su una branda da altre donne perché gli uomini, secondo i precetti dell’Islam, non possono toccarle. La convalescenza avverrà qui, riparate da un tendone, per due o tre giorni. Sotto una branda, la sacca del catetere è accanto a una pentola di dahl, la zuppa di lenticchie.
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E’ l’ennesimo paradosso: sono state operate da un team d’altissimo livello ma poi, in un passaggio spazio-temporale che forse ricorderanno come un sogno, sono ricondotte alla loro condizione umana naturale.
Accade lo stesso, all’inverso, per le dottoresse e le infermiere americane. Passano da una sala operatoria che, pur con molti limiti, risponde agli standard occidentali, a una corsia sul ponte di una nave che ogni giorno di più somiglia a una vecchia carretta. Ma non hanno tempo di percepire il contrasto. Queste donne sono la dimostrazione che l’impatto tra culture può generare energia positiva.
I miraggi scompaiono con la notte. E’ un momento di quiete. Si vedono le stelle, anche perché non ci sono luci a terra a offuscarle. L’aria rinfresca. Sul ponte si ricrea l’atmosfera di un villaggio: le pazienti sono accudite dai parenti, c’è chi mangia e chi si stende sul ponte sopra una stuoia tenendo accanto i bambini più piccoli. I pochi uomini presenti chiacchierano tra loro a bassa voce.
Sul ponte superiore, ai lati della plancia, il comandante e qualche marinaio pregano rivolti a ovest. Il motorista mi porta un tè scuro e zuccheratissimo, ricambio con una sigaretta. Racconta che più a sud, tra le foreste di mangrovie di Sundarbans ci sono i pirati. Poco prima, scendendo la corrente, c’è Bani Shanta, una lingua di fango e capanne, dove vivono un centinaio di prostitute. Pirati e puttane dipendono dal traffico nel delta: cargo che trasportano merci che non valgono l’assicurazione ed equipaggi che hanno valore solo per le puttane.
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«Però è bello qui» conclude il motorista gettando l’ultima delle mie sigarette nel fiume.
E’ bello davvero, ma la quiete della notte dura poco. Due ore più tardi è squarciata da un temporale. Il vento rischia di strappare il telone che copre le brande delle donne operate. Bisogna levarlo, ma la pioggia è torrenziale. Le donne devono essere trasportate all’interno, al coperto e con loro tutte le famiglie che le assistono. Si ammassano in ogni spazio disponibile. Il calore accumulato dalle lamiere durante il giorno ristagna. I ventilatori cercano di disperderlo, poi si fermano: il generatore di bordo non regge lo sforzo.
Non è un ciclone, nemmeno una delle tempeste che scandiscono la stagione dei monsoni. E’ solo un temporale, ma ti fa comprendere l’impatto del clima dove si manifesta con più violenza, dove c’è solo un telone o il tetto di una baracca a proteggerti, mentre il terreno si trasforma in palude. Le grandi calamità naturali fanno decine di migliaia di morti in breve tempo, ma questo clima uccide comunque, lentamente. Ti distrugge giorno dopo giorno, per le malattie o l’impossibilità di restituire un prestito – magari destinato a una coltivazione di gamberetti sparita con una piena.
A bordo del Rongdhonu ritrovo un articolo messo da parte in previsione di questo viaggio e poi dimenticato. S’intitola Poor Choices. Che non significa scelte povere, bensì scelte sbagliate. E’ la recensione-riflessione su alcuni saggi che analizzano le radici della povertà estrema, la condizione di un miliardo di persone che vivono con poco più di un dollaro il giorno. Ma anche l’inadeguatezza del nostro modo di affrontare il problema. “La povertà presenta una sfida sia morale sia intellettuale” leggo. E mentre scrivo mi rendo conto, che la seconda è la più difficile da affrontare. Bisogna superare barriere concettuali e culturali ormai divenute quasi una legge morale. Come il sostegno a certe Ong locali utilizzate per entrare in politica. O l’adesione mistica al sistema del microcredito. Basterebbe ascoltare Shushuma, una donna di sessant’anni che ha chiesto un prestito di 10.000 taka (circa 95 euro) alla Grameen Bank al 18% d’interesse. Li ha dati al figlio, per quella coltivazione di gamberetti.
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I Bassifondi dell'Anima

A una decina di chilometri da Chiang Mai, la seconda città della Thailandia, nel nord, è stato appena aperto il primo monastero benedettino del paese. Ci vivono cinque monaci, tutti vietnamiti. Leggo la notizia sul sito AsiaNews. L’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere precisa che è “un primo, concreto gesto di ‘nuova evangelizzazione’, nel senso che è messa al primo posto non tanto un’opera educativa o di sostegno sociale, quanto ciò che rappresenta il fondamento anche della religione buddista, ossia la vita monastica e contemplativa”.
E’ l’ennesimo caso di sincronicità: eventi connessi senza un rapporto di causa-effetto: “coincidenze significative” le definiva Jung. Sto lavorando a un racconto su un “monaco della foresta” birmano. Che a sua volta segue l’incontro con un altro monaco thailandese. Sembra proprio che la storia continui a Chiang Mai.
Cerco subito di contattare il monastero. E’ meno facile di quel che pensi, ma alla fine ci riesco e pochi giorni dopo sono là. Si trova in una zona nota come Villa Farang, dove i farang, gli stranieri, che hanno sposato una thai costruiscono le loro villette. E’ sul terreno di una vecchia piantagione di manghi, banani, fichi, che ancora fanno da sfondo, danno ombra e frutti. Della piantagione è rimasto anche un piccolo stagno popolato da pesci gatto, due serre che ospitano il pollaio e un capannone che serviva da alloggio e cucina per i contadini ed è utilizzato come cucina e mensa. «Così gli odori di cibo restano qua» spiega padre Nicolà, l’unico dei quattro monaci che parla un po’ d’inglese.
Il monastero vero e proprio è un edificio bianco appena costruito. Ci sono dieci celle per i monaci, otto stanze di foresteria, locali di servizio, una sala riunione e una cappella. Alloggio vicino alla cappella, in una stanza luminosa, confortevole, con un bagno privato con water e doccia. Dalla finestra vedo il filare di altissimi bambù che circonda il convento come una cortina verde.
I monaci sono gentili, sorridenti. Secondo la Regola di San Benedetto, “Ora et Labora”, alternano momenti di preghiera e lavoro dedicandosi alla cura delle piante, alle faccende quotidiane, al pollaio.
Insomma, quel monastero è un bel posto, sereno.
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E allora perché non sto bene? Perché me ne vado dopo pochi giorni?
Non è per gli orari. La sveglia è alle quattro per la prima preghiera, ma è l’ora più fresca e poco più tardi posso dedicarmi a qualche esercizio fisico.
Non è per il cibo. Al contrario dei monaci buddhisti che si limitano al pasto di mezzogiorno, qui la giornata prevede prima colazione, pranzo e cena. Ed è tutto buono – spaghetti a parte, lo devo confessare. Probabilmente perché si prendono cura di me, vanno ogni giorno al mercato per acquistare qualcosa di speciale.
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Non è per i lunghi momenti di preghiere che scandiscono la giornata secondo la canonica liturgia delle ore. Né perché sono recitate in vietnamita. Anzi: accompagnato dalle tonalità altalenanti di quelle preghiere riesco a concentrarmi in meditazione come non mi accade spesso.
Non è per i tempi vuoti tra pasti e preghiera trascorsi in solitudine. Passeggio nei dintorni, fotografo i bambù, parlo con un geko, leggo, scrivo.
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Il fatto è che mi manca qualcosa che alimenti la mia irrequietezza. Forse mi manca proprio il disagio avvertito tra le montagne dello Shan o al confine con il Laos nei ritiri dei “monaci della foresta”. Quelle situazioni che mi danno un senso di totale estraniazione. Forse il mio è un disagio esistenziale. Tanto più quando scopro che, secondo la Regola di San Benedetto, i monaci peggiori sono quelli “detti girovaghi, perché per tutta la vita passano da un paese all'altro, restando tre o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri, sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola”.
Non comprendo il nesso tra il girovagare e il vizio. San Benedetto ha per i monaci girovaghi lo stesso disprezzo che i samurai nutrivano per i ronin, i samurai decaduti, senza più padrone. In un modo o nell’altro tutto si riconduce sempre alla contrapposizione tra principio d’autorità ed etica individuale.
Personalmente sono sempre stato affascinato dai guerrieri erranti. Come dalla loro incarnazione monastica, gli Unsui della tradizione buddhista, che passavano da un tempio all’altro cercando un Maestro. Il loro nome significa “nuvole e acqua”, rifacendosi a un poema cinese che recita: “Vagare come nuvole e scorrere come l'acqua". Senza contare che uno dei più grandi monaci erranti è proprio un mistico cristiano, il trappista Thomas Merton. Scrive in una delle Preghiere:
“Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Secondo verità, non conosco neppure me stesso
e il fatto che penso di seguire la tua volontà non significa che lo stia davvero facendo…”.
Forse, però, la causa del mio disagio è nel ripetersi di situazioni che rischiano di farmi perdere la strada, un po’ come in questa storia.
Forse, alla fine, sto facendo troppi giri nei bassifondi dell’anima. E’ tempo di tornare in quelli veri.
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Le mappe dei sogni

«E poi ci sono le mappe dei sogni…» inizia a raccontare il Cartografo mentre costeggiamo una lunghissima, candida spiaggia di un’isola al largo della costa cambogiana.
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Il Cartografo trascorre molto tempo in un bungalow sospeso sull’acqua su pali rossi. E’ il suo ritiro. Era la sua base per disegnare le carte delle isole. Prima ancora aveva fatto lo stesso lavoro tra Tibet e Nepal.
Le mappe dei sogni. Non rappresentano luoghi fantastici, immaginari. Non sono il disegno di luoghi, come quella spiaggia, in cui si materializza l’immagine matrice dell’isola dei sogni. Non sono paragonabili alle mappe mentali degli aborigeni australiani, che ripercorrono le vie create dall’incessante cammino dei mitici progenitori nel Tjukurrpa, il Tempo del Sogno.
Secondo quel cartografo e altri sognatori come lui, sono un po’ di tutto questo. Sono mappe di luoghi reali, esistenti. Ma sono dei sogni perché rappresentano luoghi sognati, che si credevano inesistenti, leggendari, che sono state tracciate seguendo e verificando un mito, un racconto. Com’è accaduto a lui. «Mi dicevano che in un sentiero himalayano c’era una porta che si apriva in una valle…Quella porta c’era e si apriva in una valle». E’ così che ha disegnato la carta della Naar Phu, la valle perduta dove si entra attraverso una porta, popolata dai discendenti dei guerrieri Khampa.
Girando tra le isole e raccontandoci storie sull’Asia, reali e sognate, le mappe si materializzavano nei racconti. «Il cartografo serve a questo. A disegnare quello che c’è sotto, quello che i satelliti non riescono a vedere». La sua era una versione topografica dell’illusione tantrica di Maya, qualcosa che sta tra l’illusione e la disillusione, la percezione del mondo come un’illusione, come un sogno. E in questo sogno narrato le mappe si popolavano di spiriti. “Gli antichi cartografi scrivevano sulle regioni inesplorate: ‘Qui stanno i leoni’. Sui villaggi di pescatori e zappaterra, che sono gente così diversa da noi, possiamo scrivere una sola riga, ma indubitabile: ‘Qui stanno gli spiriti’” ha scritto William Butler Yeats in una delle sue Fiabe Irlandesi.
Dopo quel viaggio ho continuato a pensarci, come se stessi sognando una mappa composta da luoghi, ricordi, viaggi, libri, incontri. Ero “trafitto da meridiani e paralleli” come tanto tempo fa mi disse Alberto Ongaro, citando a sua volta Hugo Pratt.
Inevitabilmente m’è tornato in mente l’aforisma di Alfred Korzybski, il padre della semantica generale: “La mappa non è il territorio”. In realtà m’è rimasto impresso soprattutto perché è una battuta di Robert De Niro nel film Ronin. Il significato è evidente, ma quel giro in barca mi ha portato a pensare che la mappa può essere il territorio, soprattutto se si tratta di una mappa del sogno. E’ quasi ciò che affermava Gregory Bateson, avventuriero del pensiero: “Forse la distinzione tra il nome e la cosa designata, o tra la mappa e il territorio, è tracciata in realtà solo dall’emisfero dominante del cervello. L'emisfero simbolico o affettivo, di solito quello destro, è probabilmente incapace di distinguere il nome dalla cosa designata: certo esso non si occupa di questo genere di distinzioni”. Non a caso Bateson è il teorico dell’ecologia delle idee, un metodo olistico, volto ad individuare le connessioni esistenti tra fenomeni come la struttura delle foglie, la grammatica di una frase, la simmetria bilaterale di un animale, la corsa agli armamenti.
Mentre mi perdevo tra queste connessioni, ho ritrovato una citazione che avevo annotato in altri tempi: “Esigua è la differenza tra la recitazione comune del rosario di primo mattino e la costruzione di una rosa dei venti sulla carta geografica. In entrambi i casi si tratta di una forma di meditazione”. Si adattava perfettamente al mio stato d’animo e credo possa valere anche per il Cartografo. E’ tratta da Il Sogno di disegnare il Mondo, un libro di James Cowan, nomadico autore australiano, che racconta la vita di Fra Mauro, monaco e cartografo del XV secolo che ha dedicato la vita a disegnare il mondo allora noto, basandosi a sua volta sui racconti di viaggiatori, marinai e mercanti.
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Nel frattempo, alle mappe dei sogni e agli antichi planisferi si erano sovrapposte quelle delle possibili rotte dell’aereo fantasma del volo MH370, Che a loro volta, almeno inizialmente, intersecavano quelle del Mar della Cina del Sud, possibile teatro di un’altra guerra mondiale o di guerre locali ad alta intensità.
Anche di questi scenari e intrighi avevo chiacchierato con il Cartografo. «I cartografi sono un po’ come le spie» aveva detto. Si riferiva ai tempi del Grande Gioco (il Torneo delle Ombre lo chiamavano i russi), quando molti degli uomini che tracciavano le carte dell’Asia erano agenti di qualche potenza imperiale. Ma forse non pensava solo a quei tempi: le grandi agenzie d’intelligence come lo U.S. Special Operations Command (USSCOM) stanno riscoprendo la necessità di integrare i dati geospaziali con rilievi sul terreno per pianificare meglio le azioni nelle Zone Oscure del Pianeta. E’ la riscoperta dell’humint, l’intelligence umana. L’intelligence, nel senso di “capacità di apprendere o comprendere cose o riuscire ad affrontare nuove e difficili situazioni”, è qualcosa che non può essere affidato a una macchina, né ai dilettanti. Il che vale per la cartografia, lo spionaggio e ogni altra attività. Ma questa è un’altra storia.
Oppure no? La cartografia, la geografia, in questo caso, divengono una metafora dei cambiamenti e degli adattamenti che l’uomo dovrebbe affrontare, rovesciando la prospettiva di Marshall McLuhan: il medium NON è il messaggio. Lo dimostra Robert D. Kaplan, capo analista di Sratfor, “prolifico viaggiatore e stratega”. “Il mondo non è piatto, la geografia (come la storia, aggiungo) non è morta”… “Il territorio e i legami di sangue che vi scorrono sono al centro di ciò che ci rende umani” ha scritto nel recente articolo Geopolitics and the New World Order. E’ in quest’ottica, ad esempio che si può comprendere e, soprattutto, si può giocare la partita nel Mar della Cina del Sud (oggetto dell’ultimo libro di Kaplan, Asia's Cauldron: The South China Sea and the End of a Stable Pacific), divenuta il vero fulcro del confronto tra civiltà orientale e occidentale.

«La terra è una mappa. Non c'è geografia senza significato e senza storia». Così mi ha detto un vecchio aborigeno Warlpiri incrociato nel Grande Centro Rosso australiano.


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C’era una volta un M16

La guerra del Vietnam è finita. Anche se i reduci sono vivi. Anche se vive nella curiosità morbosa dei turisti. E’ più che finita: è storia. Ne ho la prova: un M16, il fucile d’assalto americano che ha fatto il suo debutto proprio in Vietnam, nel 1967.
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Non è più un’arma. E’ un reperto, quasi un fossile.
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E’ incrostato di conchiglie, concrezioni marine. E’ stato ripescato sul fondo del fiume dei profumi, a Hue, antica città che fu che fu centro commerciale, capitale dell’impero vietnamita e, molti secoli dopo, teatro dell’offensiva del Tet, una delle più feroci battaglie della guerra “americana”, come la chiamano qui.
Quel fucile è un reperto come le anfore per la preparazione del nuoc mam, la salsa di pesce, le ciotole per cucinare il riso, le ancore di pietra o i pesi per le reti. Migliaia d’oggetti della collezione di Ho Tan Phan, vecchio, sorridente signore che si definisce un erudito e da quasi quarant’anni raccoglie ciò che gli portano i pescatori, gli uomini dei sampan. A prima vista la sua casa e il suo giardino appaiono come la tana di un accumulatore compulsivo. Poi ci si rende conto che è una specie di magazzino storico. Tra ceste piene di pezzi di porcellana cinese e cumuli di vasi, piccole anfore, oggetti d’uso comune, si scoprono pezzi di grande bellezza e valore, come alcune ciotole di ceramica celadon.
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Di ogni cosa ti chiedi a chi appartenesse, a quali vicende umane sia legato, come sia finito in fondo al fiume. Tanto più tenendo tra le mani quel fucile.
E’ la poesia del mistero. Fa ricordare i versi di Baudelaire:
“Come lunghi echi che da lontano si confondono
in una tenebrosa e profonda unità”.

L’eco si riverbera nella mente: la storia non finisce mai.
Una scena di Full Metal Jacket. La battaglia di Hue.
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Un bel morir

Il 22 settembre scorso (un giorno dopo il mio compleanno) è morto lo scrittore colombiano Alvaro Mutis. L’ho scoperto, con dolore, solo pochi giorni fa. Dolore accentuato dalla consapevolezza della mia disattenzione, non giustificata dallo scarso rilievo dato alla notizia.

Anche nella morte Mutis diviene così uno di quei personaggi la cui storia e le cui storie si sono intrecciate alla mia vita in modo casuale, inconsapevole, spesso voluto o provocato: Ilona che arriva con la pioggia o la filosofia politica, il marinaio o il politicamente scorretto. Molti, forse troppi, i ricordi personali legati a Mutis e ai suoi protagonisti. Quante volte ho citato sue frasi facendole mie, ho ricercato o ricreato le scene delle sue avventure, ho interpretato i suoi avventurieri (specie con le donne), ne ho parlato con gli amici con cui ho condiviso il cammino.
Ora vorrei solo ricordarlo: come un Maestro, un compagno di viaggio e d’avventura. Lo faccio nel modo più semplice, assecondando una pigrizia che i suoi personaggi giustificherebbero, riprendendo una brevissima storia (poche righe, le mie) scritta molti anni fa di ritorno da un viaggio in Amazzonia, in un momento d’incertezza della mia vita. Come se ce ne fossero di certi.

Il viaggio e la riflessione in viaggio amplificano angosce, incubi, solitudine. L’ambiente dell’avventura, la natura selvaggia possono provocare attacchi di panico. E’ la sindrome Cuore di Tenebra. Il romanzo di Conrad – tutta la sua opera - la rappresenta in modo totale, come compagna esistenziale di chi segue la via dell’avventura. Ma la definizione perfetta, forse, la troviamo nella “Summa di Maqroll il Gabbiere”, antologia poetica di Alvaro Mutis, lo scrittore colombiano che ha ridato valore letterario al puro romanzo d’avventura: “Nel mezzo della selva, nella più oscura notte dei grandi alberi, circondato dall’umido silenzio sparso dalle foglie enormi del banano silvestre, il Gabbiere conobbe ma paura delle proprie miserie più segrete, il terrore di un grande vuoto in agguato dietro i suoi anni pieni di storie e paesaggi. Tutta la notte rimase il Gabbiere in una veglia dolorosa, aspettando, temendo la frana del suo essere, il suo naufragio tra le acque vorticose della demenza. Da queste ore amare d’insonnia rimase al Gabbiere una ferita segreta da cui sgorgava a volte la linfa tenue di una paura segreta e innominabile. Il frastuono dei cacatua, che attraversavano in stormo la distesa rosata dell’alba, lo restituì al mondo dei suoi simili e tornò a porre nelle sue mani i soliti attrezzi dell’uomo. Né l’amore, né la disgrazia, né la speranza, né l’ira ritornarono a essere gli stessi dopo la sua veglia terrificante nella solitudine bagnata e notturna della selva”.
La mia copia sgualcita e sporca di quel libro si apre quasi sempre alla pagina di questo brano, intitolato “Solitudine”. Lo trovo consolatorio, come se condividere i demoni, i terrori di un personaggio letterario potesse in qualche modo aiutarmi a combattere i miei. Ma io non riesco a descriverli. Nei miei taccuini di viaggio appaiono solo in appunti confusi. Ma a ricordarmi dove e quando ho vissuto le mie ore d’angoscia, trovo sempre scritto un richiamo a quella pagina di Mutis.


E adesso. Adesso non sto tornando dall’Amazzonia, sto ripartendo per non so dove, aspetto la pioggia ma forse Ilona non mi aspetta più.


Amen
Che la morte ti accolga
con tutti i tuoi sogni intatti.
Di ritorno da una furiosa adolescenza,
all'inizio delle vacanze che non ti hanno mai concesso,
la morte t’individuerà con un suo primo avviso.
Aprirà i tuoi occhi alle sue vaste acque,
t’inizierà nella sua brezza costante d'altro mondo.
La morte confonderà i tuoi sogni
e in essi riconoscerà i segni
da lei lasciati un tempo,
come un cacciatore che di ritorno
riconosce le sue tracce sull'aperto sentiero.


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Il mondo di Melanie

Su un pezzo di legno del relitto di una barca da pesca arenato su una spiaggia delle Filippine, Melanie ha attaccato l’immagine di una piroga con due pescatori a bordo. Così quelle barche si sono reincarnate in The Explorer. Lo guardo su un muro di casa. Mentre lui sembra guardare il fiume, il Chao Phraya, oltre la finestra.
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Immagino d’essere anch’io su quella piroga, che da qui sembra puntare verso il fiume e poi la foce, nel Golfo di Thailandia. Per far rotta sulle Filippine, forse. Oppure il Borneo, le isole indonesiane, un punto qualsiasi del Sesto Continente.
E’ uno di quei momenti in cui ti poni la domanda così abusata: “Che ci faccio qui?”. A forza di ripeterla non fai altro, ti perdi come un marinaio che ha perso la rotta, non sa in quale porto attraccare o non ha porti in cui dirigersi. Continua a navigare come su una nave fantasma.
E’ un senso di spaesamento e al tempo stesso d’arenamento e smarrimento. Che spiega anche questa lunga assenza da Bassifondi. Ma ogni tanto una sospensione è utile. E’ l’attesa solo di una brezza che decida per noi.
The Explorer è una delle opere dell’ultima mostra di Melanie: Traces. L’ha intitolata così perché, dice, voleva che quei pezzi di legno incorporassero un messaggio: meno caos, più essenza.
Melanie Gritzka del Villar, vago mix tra Louise Brooks e Frida Kahlo, giovane artista di madre filippina e padre tedesco, ha vissuto e vive tra Asia ed Europa. Probabilmente è questa natura ibrida, cosmopolita, a tracciare il suo lavoro: sia nella tecnica, collages di materie diverse, sia nei contenuti, puzzle di mondi.
Per ora il mondo di Melanie è Bangkok. Il suo studio, nella popolare zona di nord-est, è all’interno di un grigio palazzo dove lavorano artisti, designer, creativi che compongono una “Thai post modern art society”. Si chiama Hof Art e ha un’immagine un po’ Bauhaus, sottolineata dal nome Hof Art, che richiama il “luogo” tedesco. In realtà Hof è un acronimo per Highly Optimistic & Friendly.
The Explorer mi ha condotto nel mondo di Melanie. E’ stato un soffio di brezza.
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I non comandamenti

Mentre la vita scorre, mi vengono in mente alcune piccole regole di vita.
Tutte molto personali. E questo spiega la prima regola.
Non fidarti dei comandamenti degli altri.
Non mangiare zuppa a colazione
Non scrivere articoli gratis
Non lasciare il passaporto ad altri
Non bere alcolici prima del tramonto
Non scegliere il seggiolino di mezzo
Non dare confidenza ai gatti
Non aspettare l’alba per chiedere a una donna se vuole passare la notte con te.
Non fermarti alla prima fermata.
Lascia che gli stupidi muoiano.


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Acqua e montagna

«Che cosa rappresenta?». Domanda stupida.
«Un paesaggio, come lo vedo io». Risposta gentile.
I quadri di Jean Cabane, s’intuisce, sono paesaggi. I luoghi di un pittore poeta francese che vive a Hoi An, in Vietnam. Passeggia tra mare e risaie e disegna ciò che vede come lo vede.
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Le sue opere, colorate con pigmenti naturali su carta di riso possono ricordare un haiku disegnato. Uno shanshui della tradizione cinese, un paesaggio. E non è superfluo notare che il termine paesaggio si rende in cinese con l’unione di due caratteri che indicano montagna, shan, e acqua, shui. L’estetica asiatica, che in Jean s’armonizza con l’imprinting genetico della sua Provenza, pone in risalto non tanto l’aspetto cognitivo quanto la comunicazione delle emozioni.
Lo so. E allora perché quella domanda tanto stupida?
Probabilmente perché è difficile sfuggire al desiderio di voler collocare, definire, inquadrare in coordinate mentali ciò che si avverte in maniera più sottile. E come se non riuscissi a fidarmi di me stesso.
In compenso, ripensando all’incontro con Cabane, con cui condivido qualche coincidenza ed esperienza di vita, mi sono reso conto che lo shanshui, il paesaggio, nella sua composizione di acqua e terra, mare e montagna, anzi foresta, è diventato lo scenario in cui mi muovo fisicamente e mentalmente, dove cerco idee di articoli, là dove si svolgono le trame dei racconti che dovrei scrivere.
Sono le storie dei monaci della foresta che seguo tra il nord-est della Thailandia e le montagne dello shan meridionale, in Birmania. Le storie di navi scomparse nel golfo di Thailandia o di quelle che battono le acque del Mar della Cina Meridionale, contendendosi isole, isolotti e scogli. Le storie di deviazioni e le digressioni da questi percorsi, con i momenti di quiete sulle spiagge deserte che chiudono la base di Cam Ranh, o i nimitti, le allucinazioni della meditazione, che innesca ansia e attacchi di panico.
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Muovendomi confusamente in questo paesaggio, tra monaci, archeologi e poeti, navi misteriose e minacciose, rovine e macerie, cerco la storia nelle storie.
Continuo a fare a me stesso la stessa, stupida domanda: “Che cosa rappresenta?”.
Ancora non ho il coraggio o la capacità di rispondermi: “Il paesaggio, come lo vedo”.
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Il tempo degli stupidi

«Ci vorranno milioni di vite prima che gli stupidi rinascano intelligenti» mi ha detto un vecchio monaco della foresta.
«Non ho tanto tempo» gli ho risposto.
«Smettila di pensare al tempo».
Quella notte, in una specie di kuti, di cella monacale che quel vecchio ha costruito accanto al suo, ho continuato a pensare. Al tempo e agli stupidi. Il tempo che trascorre e che sembra essere divenuto il tempo degli stupidi.
Ho concluso che aveva ragione il vecchio monaco: lasciar trascorrere il tempo senza pensarci. E senza preoccuparmi degli stupidi (il che si sta rivelando più difficile).
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Ho cominciato un racconto, forse un libro, sui monaci della foresta. Il che spiega, almeno in parte, la lunga assenza dai Bassifondi.
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Te piace ‘o presepe ?

Probabilmente molte delle cose che ho ascoltato e annotato durante uno spettacolo dell’Opera cinese messo in scena in un vicolo di Bangkok sono inesatte. Così le scrivo.
E’ l’ennesimo caso di Lost in Translation, come nel film, in cui un lunghissimo discorso in giapponese è tradotto in poche parole inglesi. Tanto più che in questo caso s’intrecciavano inglese, thai, cinese mandarino e teochew, ossia un dialetto della regione orientale della provincia cinese del Guandong. «Cinese molto tradizionale» dice il ragazzo che mi fa da interprete. In effetti molti linguisti lo considerano uno dei dialetti più simili al cinese arcaico. Dialetto che è poi divenuto la lingua della cosiddetta diaspora Teochew, circa dieci milioni di persone che si sono disperse in tutto il sud est asiatico e nel resto del mondo.
«Destino» dice il ragazzo per spiegare quel fenomeno che ha portato suo nonno dal sud della Cina a Bangkok. Quel ragazzo, però, non conosce il teochew. Parla il thai, e, molto saggiamente, ha imparato l’inglese e il mandarino, la lingua ufficiale usata della Repubblica Popolare Cinese. E’ stato chiamato dalla signora Phrasit, la direttrice della compagnia di giro –che si esibisce un po’ in tutta Bangkok, un po’ in Thailandia e anche all’estero, ossia in Malesia – che è divenuta oggetto di un reportage fotografico in progress di Andrea Pistolesi (sue tutte le foto). Quel ragazzo, insomma, dovrebbe mettermi in grado di capire di che cosa si tratta e quindi di scrivere un testo.

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Il problema è che la signora Phrasit, prima di parlare, deve tradurre mentalmente dal cinese al thai. Quindi cerca di esprimere l’idea al ragazzo che traduce il tutto in inglese. Ecco perché, ad esempio, non si riesce a capire bene il nome del gruppo che lei dirige. Suona più o meno così: “Questo gruppo dell’opera cinese è arrivato e buona fortuna a tutti”. Dopo averlo tradotto, il ragazzo mi guarda perplesso e sorride. «Lo so: suona strano» dice.
Ancor più difficile capire il titolo dell’opera rappresentata. La signora Phrasit ci pensa su parecchio. E alla fine si arrende: «Non so come dire il titolo. E’ una storia nuova. E’ la storia di una persona onesta». A questo punto è necessario precisare che la signora ci ha spiegato che le storie che rappresentano sono “storie dell’immaginazione”, nel senso che ogni anno qualcuno ne scrive due o tre nuove, mettendo assieme elementi tradizionali e storici e fatti di vita quotidiana. La sceneggiatura, in genere, è scritta da un autore “venuto dalla Cina” che fa anche da regista, consulente per la recitazione e da insegnante agli attori che non parlano cinese. Già, perché, a complicare le cose c’è il fatto che alcuni attori sono “puri cinesi”, altri sono “puri thai”. Questi ultimi, per imparare la parte, ne ascoltano una registrazione e la mandano a memoria.
In questo senso, paradossalmente, lo spettacolo dell’Opera cinese, trova a Bangkok la sua realizzazione tradizionale. Si diceva infatti che “Un minuto sul palcoscenico richiede dieci anni di pratica dietro la scena”. Non ci metteranno tanto a prepararsi, ma l’atmosfera nel backstage è quella che doveva essere agli albori di questa forma di spettacolo, quasi duemila anni fa. Le scene dietro la scena sono uno spettacolo nello spettacolo che riproduce il copione dei commedianti della commedia dell’arte, della tragicommedia greca o dell’opera indiana in sanscrito. Con l’aggiunta di elementi che creano un’immagine postmoderna.

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C’è chi mangia una zuppa, chi chiacchiera al cellulare, ragazzini che giocano, un’attrice che culla un neonato, una ragazza dalle spalle tatuate che corteggia un attore dal volto a strisce. Gli attori si truccano su bauletti da make-up artist e ripassano la parte. Alcuni ce l’hanno su tablet. Altri sono connessi in rete per chattare sui social media.
La compagnia è composta da una trentina di persone: è la loro occupazione principale. Tra tutti guadagnano circa trentamila bath a serata (circa 90 euro), suddivisi in parti «più o meno uguali», come dice la signora Phrasit. Lavorano su commissione dei comitati di quartiere, di associazioni (i clan diffusi nei paesi con una forte comunità cinese), di privati che vogliono così dimostrare il proprio senso di gratitudine, benevolenza, appartenenza alla comunità stessa. E la Thailandia è uno dei paesi del sud-est asiatico dove la presenza cinese è più forte e dove l’opera cinese è più popolare che nella stessa Cina.
«Di compagnie del nostro livello ce ne sono una ventina nella sola Bangkok» dice la Signora Phrasit, con evidente orgoglio sia per la sua compagnia, sia per l’attaccamento della comunità sino-thai alle tradizioni.
In effetti, mentre giravamo nella zona della stazione di Hua Lamphong per trovare la location dello spettacolo (“vicino a un tempio vicino alla stazione” era l’indicazione), ne abbiamo trovata un’altra e solo dopo un po’ abbiamo capito che non era quella che cercavamo. Fortunatamente uno degli attori era il fratello della stessa Signora Phrasit. «Comincia tutto come un affare di famiglia. Poi ci si allarga, ci si divide» ci dirà poi.
Dopo un po’ di tempo nel backstage, mi sposto dall’altra parte del vicolo, di fronte al palco, dove sono state allineate seggiole di plastica. Gli spettatori non sono molti. Soprattutto donne, per lo più anziane. Alcune chiacchierano tra di loro. «C’è chi commenta lo spettacolo e chi fa pettegolezzi» dice il ragazzo.
Seguire lo spettacolo si rivela ancor più difficile che capire le spiegazioni della signora Phrasit. Gli attori si esprimono con una sorta d’acuti suoni metallici accompagnati da gong, erhu (il “violino” cinese a due corde), liuto e altri strumenti tradizionali. Sul palco ci sono due donne, una delle quali interpreta un personaggio maschile. Chiedo se ciò abbia un qualche significato. «Ai thai piace vedere le donne vestite da uomo» risponde.
Alla fine rinuncio a capire e chiedere. Ci sarà tempo per documentarmi su colori, suoni, gesti, sul trucco che rende i volti simili a maschere. Nell’opera cinese ogni minimo elemento è un simbolo collegato ad arcane filosofie e religioni. E penso che ormai solo pochi specialisti siano davvero in grado di decodificarli. Tutti gli altri si limitano a guardare, ascoltare, chiacchierare.
In compenso cerco di capire come il mio interprete, un sino-thai di seconda generazione, viva il rapporto con le sue tradizioni, se avverta un’identità predominante. La risposta è sempre la stessa: «Entrambi». Nel senso che si sente sia cinese sia thai. Segue i riti cinesi e quelli thai. Non trova contraddizione tra il buddhismo cinese (Mahayana) e quello Thai (Theravada). Nemmeno sul business: certo la Cina è divenuta la seconda potenza mondiale, molti pensano di tornarci, in una sorta di ricorso storico. Ma lui pensa di essere nella situazione migliore per gestire gli affari tra Thailandia e Repubblica Popolare (senza contare i paesi limitrofi).
Restiamo un po’ in silenzio a guardare lo spettacolo. Ma mi sembra annoiato.
«Non capisco quello che dicono» ripete.
Gli chiedo se comunque non sia affascinato da tutta la messa in scena, se non la senta come parte della sua eredità culturale, se non gl’interessi.
«E’ uno spettacolo per vecchi».
«Non ti piace proprio?» chiedo più volte.
«Non mi piace».
E improvvisamente quella scena nel vicolo diventa una scena di Natale in casa Casa Cupiello la commedia di Edoardo De Filippo. Famosa anche per il tormentone “Te piace ‘o presepe ?”, la domanda che il protagonista, Luca Cupiello, ripete più volte al figlio Nennillo.
«Te piace ‘o presepe?».
«A me non mi piace. Ma guardate un poco, mi deve piacere per forza?”.
E ancora, mostrando la cascata del Presepe: «Te piace?»
«No!».
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Il cammino del Serpente

Il 10 febbraio è iniziato l’anno del Serpente. Secondo l’astrologia cinese è simbolo di speranza, intelligenza, saggezza e autodisciplina. Tutto lascerebbe sperare per il meglio, quindi.
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Ma non è solo uno dei dodici animali dello zodiaco a influenzare il futuro. Anche i cinque elementi base - metallo, legno, acqua, fuoco e terra - nel loro periodico alternarsi contribuiscono a determinare il futuro (o il presente, dipende dal momento in cui lo si osserva). E quest’anno è dominato dalla combinazione di due elementi, acqua e fuoco, in conflitto tra loro. Il che potrebbe avere spiacevoli conseguenze, sia nella vita privato, sia a livello di relazioni internazionali.
I rischi internazionali, specie nel teatro dell’Asia Orientale, sono ben sintetizzati negli articoli di Francesco Sisci o dell’ex diplomatico indiano M K Bhadrakumar dall’evocativo titolo North Korea nukes the Year of the Snake. O in questo video del sito d’intelligence Stratfor. Vere o false che siano, le storie e i significati dello zodiaco cinese inducono alla riflessione.

In questo caso, però, più che su eleganti analisi geopolitiche, il serpente è soprattutto un detonatore di dubbi individuali. Non a caso nella tradizione giudaico-cristiana il serpente è l’incarnazione del dubbio nella forma di tentazione alla ricerca. Non a caso Carl Gustav Jung vi trovò immagini per il suo inconscio collettivo.
Solo che in Occidente il Dubbio troppo spesso si riduce a una dicotomia giusto-sbagliato, buono-cattivo e quindi si esorcizza nella forma del pentimento, del buon proposito. Cosa che accade soprattutto in occasione del Capodanno.
Ma qui e ora siamo in Oriente e qui il dubbio non si disinnesca nell’ipotesi di una risposta, in una scelta. Qui si autoalimenta. E’ come il serpente raccolto su se stesso, il simbolo della Kundalini, l’energia quiescente in ogni individuo, come il cerchio del Tao che rappresenta l’interdipendenza dello yin e dello yang, le due polarità attraverso cui si manifesta la realtà, perché uno non esiste senza l’altro, o meglio: ognuno si definisce attraverso l’altro. Qui il dubbio crea ulteriori dubbi. Tanto più nell’anno del Serpente, animale che cambia pelle e t’induce a riflettere sulle tue prossime metamorfosi.
“Il cammino del serpente nell’erba, solo il serpente lo capisce”. E’ una citazione di non so chi o dove, ma che mi ha sempre affascinato.
Personalmente non ho ancora capito che animale sono (non mi riferisco, ovviamente al segno zodiacale cinese, nel qual caso è il bufalo). Figurarsi se riesco a capire dove sono e che cammino sto seguendo.



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Bandiere Ombra

«Di che bandiera è la sua nave?» chiede l’ispettore della International Transport Workers’ Federation. E’ un indiano, si occupa dei marinai imbarcati sulle navi che battono bandiere ombra, Flags of Convenience.
«Panama?» risponde incerto il capitano filippino.
«M’è sembrato fosse cinese» dice l’ispettore.
Il capitano si sporge dall’oblò della sala mensa dove siamo riuniti e guarda fuori.
«Sì è cinese» ammette con una risatina.
«No. La società armatrice è cinese, di Taiwan. La bandiera è di Hong Kong» lo corregge l’ispettore.
«Che cosa trasportate?» chiede l’ispettore.
«Tante cose, non lo so di preciso» risponde il capitano allargando le braccia.
«Nessuno si lamenta. E’ tutto ok» dice il capitano quando l’ispettore gli chiede di vedere i contratti dei marinai.
«Nessuno si lamenta. Niente è ok» ribatte l’ispettore.
Sono frammenti di una conversazione che sembra una partita di poker in cui tutti tentano qualche patetico bluff a bordo di una nave ancorata nel porto di Bangkok. Non uno di quei battelli fantasma che ormai s’incrociano solo in qualche remoto approdo asiatico. Questo è un cargo di 11.000 tonnellate di stazza lorda, costruito in Giappone nel 2007. Percorre ininterrottamente la stessa rotta tra Taiwan, Saigon, Bangkok.
Nel frattempo il capitano ha chiamato il suo armatore, un certo Mr. Chu. E l’ispettore il suo ufficio di Delhi. E mentre s’intrecciavano queste inutili conversazioni, qualche marinaio filippino s’affacciava nella saletta con aria indifferente per capire cosa succedeva.
«Nessuno si lamenta» ripeteva il capitano. «Dobbiamo mantenere le nostre famiglie».
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Ricomincia su Bassifondi una storia di navi, marinai, porti, traffici…
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Il Cerchio

Il vuoto, la forza, l’eleganza, l’universo, l’assoluto, l’infinito spazio-temporale, l’estetica. Sono alcuni significati dell’Enso, un simbolo, non un carattere: il cerchio della tradizione Zen. E’ anche il soggetto centrale della pittura Zen: il momento in cui si dà libero impulso alla creazione, “l’espressione dell’istante”. Solo così si riesce a dipingerlo con un unico, fluido colpo di pennello.
L’Enso mi attrae. Lo penso come un catalizzatore di Storie, un portale che dà accesso a un mondo in cui il caos sembra comporsi in un ordine elegante.
Tempo fa, in una galleria di Singapore, ne ammirai uno, dipinto da Fabienne Verdier, sola occidentale che possa rivendicare il titolo di calligrafa.
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Mesi dopo la incontrai nella sua casa-studio nella campagna a nord di Parigi. Stava preparando una serie di quadri per la Cattedrale di Bruges: dodici dipinti che raffigurano l’Enso, che le sono venuti in mente osservando un dettaglio di un quadro di Van Eyck. Passeggiando nel giardino dove brucia le tele che “non hanno vita”, in compagnia di un gatto con un occhio solo, mi ha parlato del senso dell’ascesi dell’Enso. Mi ha spiegato che la ripetizione dell’Enso era come rappresentare una sonorità in modo differente per creare un’armonia.
Sono ripartito con alcuni suoi libri e la riproduzione di un Enso che ho portato a Bangkok. Non è perfetto. “E’ una metafora della nostra umanità” ha detto Fabienne. Come quelli di molti artisti della tradizione Zen, non è un cerchio completo, bensì aperto, a significare che non è un entità a se stante, ma si connette a qualcosa di più grande. L’ho appoggiato su un leggio della libreria dove raccolgo amuleti, un modellino di barca indonesiana, quattro piccoli Buddha dai colori pastello. Fanno da contorno ai libri di frequente consultazione, così che, ad ogni ricerca, sono indotto a riconnettermi con tutto ciò che rappresentano.
Qualche tempo dopo, mentre mi documentavo per l’ennesimo articolo su Bangkok, ho trovato tra le pagine di un libro un ritaglio su Jukkoo Wong, tatuatore famoso nel mondo dello spettacolo thailandese. Jukkoo è figlio di Jimmy Wong, che s’era fatto un nome tatuando i militari americani in licenza a Bangkok durante la guerra del Vietnam. Avevo già incontrato Jukkoo in un’altra occasione. E’ un personaggio bizzarro, con una sottile vena di follia. Pensai che fosse perfetto nella galleria di situazioni che dovevamo presentare in quell’articolo su Bangkok.
Così, con il fotografo che lavorava con me a quel servizio, andammo a trovare Jukkoo. E improvvisamente ci trovammo coinvolti in una commedia dell’assurdo diretta da Jukkoo che ci vedeva vittime, spettatori e protagonisti. Com’era già accaduto la prima volta che l’avevo incontrato, gli chiesi se potesse tatuarmi il kanji che aveva sul polso. Non ne conoscevo il significato ma ero affascinato dal tratto, dalle sfumature. Jukkoo rispose come la volta precedente: non poteva, quel tatuaggio era solo suo ed era stato fatto da un altro. Questa volta, però, mi propose un’alternativa. Mi fece vedere il disegno di un Enso. Era incredibilmente simile a quello di Fabienne. Sembrava impossibile fosse stato tracciato con un ago da tatuaggio.
Spesso, quasi sempre per la verità, non sono un uomo dalle decisioni rapide. Sento il bisogno di ragionare, metabolizzare. Sono vittima consapevole del Dubbio. Ma in quel caso no. Era come se quell’Enso esercitasse una forza d’attrazione cui non riuscivo a sottrarmi.
Mentre Jukkoo lo disegnava sull’avambraccio sinistro facendo scivolare l’ago come fosse un pennello, come se scomponesse il pennello nelle sottili strisce lasciate da ogni singola setola, pensavo a tutte le coincidenze che mi avevano condotto in quel piccolo studio di tatuaggi in una via di Pratunam, uno dei quartieri più animati di Bangkok. Pensai pure che mancavano pochi giorni dalla fine dell’anno e che quel tatuaggio poteva segnare l’ennesimo rito di passaggio della mia vita. L’ingresso a un nuovo mondo, modo di essere.
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Sono tornato in Italia poco tempo dopo. Nella mia città, Ancona, ho trovato l’inverno sul mare, scene che ogni volta mi ricordano La prima notte di quiete. Una malinconia perfetta per raccogliere i pensieri.
Osservando il mio Enso, che, come aveva detto Jukkoo, si definiva sulla pelle giorno dopo giorno, quel cerchio diventava un mezzo per vedere il mondo nella sua “doppia esposizione”, la sua superficie e la sua profondità. E’ un’idea, questa, che mi è venuta riguardando un libro sui Keiji Nishitani, un filosofo giapponese del primo Novecento.
Quel testo l’avevo cercato nella libreria della casa di Ancona - riordinata dopo un ennesimo trasloco - perché volevo trovare idee, concetti con cui alimentare l’Enso che ho sull’avambraccio affinché lui, a sua volta, riuscisse a metabolizzare il tutto suggerendo una storia. Ritrovai così altri testi, soprattutto di haiku, e una raccolta di Matsuo Basho, che ancora una volta m’incantò coi suoi versi. “Viaggiatore voglio essere chiamato, ora che cade il primo scroscio di stagione” scrisse poco prima di morire. Un mantra per esorcizzare la mia paura.
Nel frattempo ho scaricato la versione elettronica dell’ultimo libro di Nicolai Linin, Storie sulla pelle, racconti sulla tradizione dei tatuaggi dei “criminali onesti” siberiani. Le sue storie e i suoi tatuaggi sembrano molto lontani dall’assoluta semplicità dell’Enso. Ricordano più l’idea del Sak Yant, il tatuaggio magico thailandese. Ma innescano l’ennesima coincidenza: Linin racconta che il protagonista delle sue storie voleva modernizzare il tradizionale tatuaggio siberiano. Che è ciò che sta facendo Jukkoo col Sak Yant. Sarebbe interessante un’analisi comparata. E sarebbe uno spettacolo l’incontro dei due personaggi.
Per il momento, non vedo l’ora di mostrare a Fabienne il mio tatuaggio. Tra poco sarà a Singapore per presentare le sue nuove opere nella galleria dove è cominciata questa storia. Ma il cerchio non si chiuderà così.
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Prendi Ancona, ad esempio

«Ancona non cambia, ma ci si vive bene». Ancona diviene una metafora dell’Europa.
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“Vedutina” di Ancona

Scritta da un anconetano, sia pure residente all’estero, la seconda affermazione può sembrare campanilistica. Ma è giustificata dalla prima, detta da un altro anconetano residente all’estero. Quest’ultimo è un personaggio di spessore: il dottor Giovanni Capannelli, consigliere speciale del direttore dell’Asian Development Bank Institute, un think-tank, un centro studi sulle economie asiatiche.
Quei due anconetani espatriati si sono incontrati, in uno di quei giochi di coincidenze che dimostrano la Teoria dei piccoli mondi, al Business & Investment Summit che si è svolto a Phnom Penh in parallelo al Summit dell’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico.
Il summit economico, in un certo senso, si è rivelato più interessante di quello politico. Soprattutto perché ha permesso di comprendere e analizzare i megatrend che stanno spostando a est il centro del mondo.
Nell’intervista che mi ha concesso dopo il suo intervento, Capannelli li ha definiti “inesorabili”, delineando quindi uno scenario di estrema complessità che a tratti risultava difficile da comprendere. Mentre parlava, cercando di seguire le sue analisi, non ho potuto fare a meno di notare un accento marchigiano, e lui ha puntualizzato, come fa la maggior parte degli anconetani: «di Ancona». E’ stato allora che Ancona è divenuta una metafora di ciò che rappresenta l’Europa nello scenario globale, asiatico, in particolare. Per quanto il vecchio continente sia in un momento di stasi evolutiva, può ancora definire un modello culturale. A condizione che se ne abbia coscienza e capacità di affermarlo. Grazie a quell’esempio, quindi, è stato molto più semplice capire le dinamiche e le possibilità del futuro prossimo venturo. Che, alla fine, grazie ad Ancona, non appare così cupo.
E poi bisogna anche ammettere che l’Italia al Summit Asean era ben rappresentata da un anconetano. Che non ero io. Ma con me eravamo in due.
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Avere e non avere

Sapete com’è la mattina presto a Bangkok, con i venditori di zuppe che servono la colazione? Bene, attraversai il fiume, poi presi un mototaxi che mi portò a Silom road, una delle strade principali della città. Smontai a un incrocio di fronte a un portale dal tetto a pagoda su un lungo muro grigio. Oltre quella porta c’era una baracca e una tettoia arredata con un letto, una cucina, un televisore, un ventilatore. Un vecchio fumava accanto al ventilatore. Sul letto una donna guardava la tv allattando un bambino. Sorrisero tutti salutando.
Dopo quella casa-cortile si apre un largo spiazzo disseminato di tombe. E’ un vecchio cimitero cinese abbandonato. Dicono che le salme siano state traslate altrove. Ma le tombe, per quanto coperte da erbacce e qualche sacchetto di rifiuti e dalle lapidi scrostate, non sembra siano state aperte. Di fronte a qualcuna ci sono ancora residui d’offerte, fiori o frutti appena secchi o marciti, come se li avessero deposti non troppo tempo fa.
Un albero di ficus ombreggia le ultime tombe e con le radici aeree che piovono da rami forma una specie di sipario. Oltre quella cortina vegetale c’è una costruzione in rete metallica e lamiera. E’ il Fighting Spirit Gym, una palestra dove s’insegna e pratica la Muay Thai, la tradizionale arte marziale thai.
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E’ un posto pulito, illuminato bene, fresco perché aperto, popolato da animali: sette cani, gatti, uno scoiattolo, un pappagallo, due iguane. Trovi sempre un cane accucciato sul ring o il pappagallo appollaiato da qualche parte. Gli istruttori sono tutti ex professionisti, qualcuno combatte ancora. Si divertono molto osservando i tentativi dei farang, gli stranieri come me, di mettere potenza in un calcio. Ma sono gentili. «Non male per un uomo anziano». Stranamente non hanno paura dei phi, gli spiriti o i fantasmi, che potrebbero infestare quel posto. «Qui c’è buona energia» dice l’australiano che ha aperto la palestra, un personaggio che sembra uscito da un film d’azione, coperto da tatuaggi che contrastano con il sorriso tranquillo.
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Ecco, questo è un frammento di una mattina a Bangkok. Sarebbe piaciuta a Hemingway, cui sono debitore di citazioni sparse in queste righe. Soprattutto di avermi fatto ripensare ad Avere e non avere.

Tornato a casa, appena finito di sudare, ripresi a scrivere una delle tante storie che osservo e scrivo per qualche giornale. Spesso senza sapere quale, né se saranno pubblicate. Lo faccio lo stesso: in fondo possono sempre finire nei Bassifondi. E poi non so fare altro, nemmeno tirar bene dei calci.
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I dolci della luna

Scrivo a poche ore dal quindicesimo giorno dell’ottavo mese lunare del calendario cinese (che quest’anno ricorre il 30 di settembre). E’ il giorno di Zhōngqiū Jié, la festa di metà autunno, che coincide più o meno con l’equinozio d’autunno del calendario solare. Una tradizione che risale alla dinastia Zhou occidentale, circa 3000 anni fa, ma che affonda le sue radici nelle leggende che hanno per protagonista Chang’e, la mitica dea della luna e dell’immortalità. In quel giorno, infatti, la luna piena appare ancor più piena e luminosa, ed è il perfetto simbolo di tuan yuan, la riunione. La festa, dunque, è dedicata al ritrovarsi con la famiglia e con gli amici.
P1000092E’ un buon momento, quindi, per riprendere a scrivere su Bassifondi, dopo mesi di interruzione. E’ uno iato che si ripete quasi sempre, in coincidenza con un ritorno in Italia. Forse per problemi contingenti, forse perché è più facile percepire la diversità. Forse perché in questo altrove che è l’Asia mi trovo in quella disposizione d’animo che ti consente di vedere una storia anche nel più piccolo, semplice avvenimento quotidiano.
E’ accaduto così pochi giorni prima dello Zhōngqiū Jié. Al mio ritorno a Bangkok ho subito contattato Jackie Ho, il mio Maestro sul tetto, lo chef che incontro sulla terrazza in cima al nostro condominio e mi insegna la pratica dell’Hung Fut Pai, una scuola di Kung Fu originaria del sud della Cina. Jackie mi ha risposto che in questo periodo non poteva darmi altre lezioni: era impegnatissimo nella preparazione dei Mooncake, i dolci della luna, tradizionalmente consumati durante la festa di mezzo autunno. Tanto che questa è più nota come il Mooncake Festival. Sono una specie di biscotti soffici fatti con pasta di grani di sesamo, pasta di semi di loto (nelle versioni più pregiate), pasta di fagioli dolci e tuorlo d’uovo d’anatra. Quelli di Jackie, sono un po’ più piccoli (40 grammi anziché 160), contengono alcuni ingredienti segreti e sono preparati rigorosamente a mano. Per questo sono considerati tra i migliori che si possano gustare in Asia e sono un vanto del Peninsula Hotel di Bangkok di cui il mio Sifu, Maestro, è executive chef del Mei Jiang restaurant e per tutta la cucina cinese.
P1000080Sono tanto apprezzati (anche per la splendida confezione rossa col disegno dorato di un drago) che per far fronte alla richiesta ne sono sfornati 3846 il giorno. Il che spiega perché, pur avendo uno staff di 27 cuochi, in questi giorni Jackie non ha tempo per il kung fu.
E’ talmente impegnato che finisce di lavorare di notte. Ed è stato verso le undici di sera che ha bussato alla mia porta presentandosi con una scatola di mooncake.
Forse questa piccola storia fa capire perché molti scelgano di vivere in questa parte di mondo. E perché queste piccole storie ti facciano riprendere il desiderio di scriverne. Al mattino presto, dopo aver fatto colazione con un delizioso mooncake. Anzi due.
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foto: The Nation

“Una nuvola diventa multicolore quando riflette il sole e un torrente montano diventa cascata quando scende da una roccia. Le cose cambiano associandosi con cose diverse. Ecco perché si annette tanto valore all’amicizia”.
Chang Chao (XVII sec.)

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Il Maestro sul Tetto

«Quando il discepolo è pronto, il maestro appare» recita un detto. Non so se sono pronto, anzi non credo. Ma il Maestro mi è apparso. Era poco prima del tramonto, sopra il Chao Phraya, il fiume che attraversa Bangkok, sullo sfondo la torre di una pagoda. Non che si librasse nel vuoto. Si trovava anche lui sulla terrazza fiorita che fa da tetto al Baan Chao Phraya, il grande, alto condominio dove abito.
Il Maestro si chiama Jackie Ho. Un nome che sembra finto, tanto suona da Maestro o riecheggia quello di Jackie Chan. Ma Jackie Ho fa il cuoco. Per la precisione è l’Executive Chef di tutta la cucina cinese del Peninsula Hotel, uno dei più lussuosi alberghi della capitale del Regno di Thailandia. In precedenza ha ricoperto lo stesso incarico alla stupenda China House, il ristorante dell’Oriental Hotel. Ha lavorato anche in Indonesia, in Cina e a Hong Kong, dov’è nato. E’ considerato un Maestro della cucina cantonese.
Ma non è per questo prestigioso curriculum che ho chiesto di diventare un suo allievo. Quella sera si muoveva veloce, concentrato, preciso e potente in una forma di kung fu. Gli ho chiesto se fosse disposto a insegnarmela e lui ha acconsentito. Quindi, stando all’antica regola, è divenuto il mio Shifu, Maestro. O quasi, dato che per utilizzare questo termine dovrei essere accettato “formalmente”, con tanto di cerimonia, quale suo allievo.
Solo in seguito gli ho chiesto qual era l’arte marziale che praticava. Si chiama Hung Fut Pai ed è uno stile che deriva, come tutti, da quello elaborato nel monastero di Shaolin. E’ poco noto, dalla storia incerta, almeno per chi, come me, non abbia la capacità di consultare testi cinesi. Il Maestro Jackie l’ha imparato a Hong Kong, da bambino. E ha continuato sempre a praticarlo. Secondo lui è il più efficace, anche per difendersi da banditi di strada, come gli è capitato. Mostra una cicatrice da coltello sull’avambraccio. «Ma sono finiti tutti per terra» dice ridendo.
Da quella sera è iniziato il mio percorso da allievo. Ogni mattino alle 8 vado sul terrazzo sul tetto. E aspetto. A volte il Maestro arriva e riprende a insegnarmi i passaggi della forma base dell’Hung Fut Pai – non so ancora quanti movimenti comprenda – più spesso non c’è e io provo a ripetere quelli insegnati la volta precedente, in genere con scarso successo. Tra noi c’è una specie di tacito accordo: non fissiamo appuntamenti, né giorni, né ore. Lasciamo decidere al caso, alle coincidenze. A volte manchiamo l’incontro per pochi minuti e lo scopriamo casualmente incrociandoci sul battello che va e viene da casa.
Secondo Jackie, per imparare quella prima forma ci sarebbe voluto un mese, ma solo dopo un mese ho capito che intendeva trenta lezioni. Il che significa che dovrà trascorrere molto tempo. Intanto è un modo per esercitarsi alla pazienza, per iniziare le proprie giornate con un impegno. Non importa se non si concretizza, ti dà l’occasione di godere degli ultimi momenti di fresco sul tetto prima che sia raggiunto dalle prime vampe di calore stagionali, smaltire le tracce del sonno e dei sogni, concentrarsi sul corpo, il respiro, il sangue che scorre, i piccoli dolori.
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Questa è una di quelle storie che nella tradizione giapponese (sì, spaziamo e contaminiamo le culture) si chiama zuihitsu, segui il pennello, facendo riferimento al fatto che i pensieri vi sono raccolti liberamente, facendo correre la mano che traccia i caratteri. Potrebbe essere paragonato a uno zibaldone o a una raccolta di pensieri sparsi che lascia ampia libertà all’autore. In realtà è un vero e proprio genere letterario (che prese forma nel periodo Heian, tra il 794 e il 1185 dell’Era Comune) e si riferisce a una raccolta di brevi componimenti in cui “le osservazioni e le riflessioni di chi scrive sono presentate con grazia stilistica”.
Grazia e stile a parte, questa storia è un pretesto per riflettere sulla casualità, sulle sorprese che ci riserva il mondo, tanto più in questa parte di mondo, dove il caso è inglobato nell’ordine naturale delle cose, fa parte di una trama. Insomma non è un caso.
E’ per questo che il Maestro appare.

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Le Storie nel Rosario

Continuo a passare tra le dita i grani di legno di sandalo di un phat chau, un rosario buddhista. Me l’ha regalato con un sorriso e una benedizione Thay Giau Nghia, abate della Chua Van Diic, piccola, colorata pagoda in un fresco vicolo di Nha Trang, città sulla costa centro-orientale del Vietnam.
Il rosario serve a tenere il conto dei mantra recitati senza distrarre la mente. Quello canonico ha 108 grani, numero sacro per il Buddismo, ma ce ne sono altri composti da multipli di 9, che rappresenta la completezza. Il mio ne ha 18. Pochi, per i titoli delle storie che sto recitando.
Ad esempio proprio quella di quel monaco, anzi del Maestro (questo significa Thay). Lui e altri cinque confratelli andranno in missione in tre piccole isole, due in ognuna, sperdute nel Bien Dong, il Mare dell’Est, come i vietnamiti chiamano il Mar della Cina del Sud. Sono note come Spratly. Per i vietnamiti sono le Truong Sa. Sono una miriade di scogli, banchi corallini, isole e isolotti che, pare, galleggiano su un mare di petrolio, acque tra le più pescose del mondo, intersecate dalle maggiori rotte commerciali sin dalla fine del XVII secolo. Ecco perchè sono contese tra Vietnam, Cina, Taiwan, Filippine, Brunei. Secondo alcuni analisti di strategie globali potrebbero essere il detonatore della III guerra mondiale.
Sei monaci contro una portaerei (curioso questo sito di un oculista vietnamita residente in Illinois, un’altra storia, si direbbe) è stato scritto, con una certa tendenza eroico-melò, riferendosi alla missione guidata da Thay Giau Nghia e alla Shi Lang, la prima portaerei cinese, che verrà dislocata proprio Mar della Cina del Sud. Per i cinesi è uno sporco trucco. Per i vietnamiti un confronto tra l’uso della forza e la forza della ragione. Per i monaci è anche un’occasione per meditare, come dice uno dei più giovani tra loro, Thich Thanh Thanh: «Un monaco ha bisogno di un posto in cui meditare».
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Questa storia è ormai inglobata nella prima perla del rosario, ci vive dentro, nel suo presente e forse nel suo futuro. Aspetta solo di uscire da quel piccolo guscio di legno di sandalo con inciso un ideogramma ed essere raccontata. Come molte altre che cercano di conquistarsi il loro grano di rosario, condensarsi là, in una memoria latente, e poi trasformarsi: da appunti, impressioni, note, riferimenti, link, in racconto.
Quasi che ognuno di quei 18 lucidi grani fosse come una roccia, un albero, un termitaio sulle vie dei canti australiani: cantandole rivive la storia che si è depositata in quel frammento di un mondo parallelo. Ecco: quel rosario è una potenziale Via dei Canti che mi riconnette a un personale Tempo del Sogno.
Forse ci vorrebbe davvero un rosario più grande, di quelli da 108 grani. Intanto comincio a far scivolare le dita sul secondo e provo a sentire chi c’è e che cosa racconta.
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Tre uomini in barca

...Ma non è una storia divertente. Quei tre uomini sono gli ultimi membri dell’equipaggio del Magellanic, ennesima nave fantasma al largo delle coste thai.
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Non ricevono la paga da mesi, non hanno soldi per mangiare, sopravvivono pescando, non possono sbarcare perché il visto per la Thailandia è scaduto. Sono tre marinai filippini ma, a quanto pare, né l’ambasciata né il consolato intendono provvedere al loro rimpatrio.
La faccenda non sembra riguardare nemmeno le autorità panamensi, stato di cui la Magellanic batte bandiera.
La società armatrice greca e il suo agente di Manila non danno segno di vita.
Tutto ciò lo riferisce l’unica persona che si preoccupa di quegli uomini, una donna di cui s’è già parlato in questi Bassifondi: Apinya Tajit, della sede locale dell’Apostolato del mare.
Mi trasmette una serie di mail da cui emerge una sola, surreale verità: che quegli uomini sono intrappolati in una rete inestricabile di cui non si riesce a trovare il bandolo.
La Magellanic è una di quelle navi che navigano in un oceano senza nome.
Questa non è una storia divertente e forse non interessa nessuno.
Ma Apinya spera che scriverne possa essere utile.
Non ci credo, ma l’ho fatto.

Messaggio da una nave fantasma..Aiuto...Vogliamo tornare a casa
LETTERA
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“Libero Flusso”: questo il tema annunciato per il Bangkok Design Festival. Suona ironico, quando la Thailandia è stata colpita da un’inondazione disastrosa,
non ancora conclusa, specie nelle sue potenziali, ancor peggiori conseguenze.
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Ma il Flusso di quel Festival vuole proprio opporsi a quello che ha devastato il paese. Accade già, con la forza dell’intelligenza e della creatività, nella mostra allestita al Bangkok Art and Culture Centre. S’intitola “Let’s Panic”: di grande impatto, spettacolarizza in positivo come sopravvivere in un paese monsonico. Ma soprattutto rappresenta l’essenza del pericolo, interno ed esterno.
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Questi, dunque, sono flussi di coscienza che s’intersecano nel caos, che, pur tra le catastrofi, generano energia e formano una corrente d'apparenti coincidenze.
Così, dopo i flussi d’innovazione che scorrevano a Singapore, ecco quelli di Bangkok. Che inevitabilmente si collegano l’un l’altro. Ecco che la copertina di art4d, rivista d’arte, architettura e design che intitola il suo ultimo editoriale “Free Flow…”, è dedicata a Gaia Scagnetti. E’ una giovane ricercatrice italiana, specialista di “information design”, docente alla facoltà d’architettura della Chulalongkorn University di Bangkok, che ha appena concluso un’esposizione sulle interrelazioni umane, sui flussi di reciproca conoscenza.
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Parlando con lei, forse per la sua formazione in scienza della complessità, si scopre la "bellezza" del collasso di questa megalopoli, che non diventa altro né sull’onda della globalizzazione né delle piogge, ma metabolizza e rigenera i flussi, dà un'estetica al caos.
All’apparenza è davvero tutto complesso. Lo è è davvero. Ma così ci si può distacca dall’ineluttabile logica lineare dell’Occidente. In effetti, qui i flussi non scorrono, ma formano un vortice che ti trasporta in un’altra dimensione.
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Il viaggio del Naga

Bangkok: mattino di sole. Nella piscina condominiale c’è gente che fa il bagno. Nelle terrazze dei grand hotel bordo fiume, gli ospiti fanno la prima colazione. Sulla corrente passano i longtail boat, le barche lunghe e strette oggi utilizzate soprattutto dai turisti.
Sei tentato di restare nel tuo appartamento all’ultimo piano di un condominio sul fiume. Come un eremita metropolitano. A scrivere, distraendoti ogni tanto in piscina, o osservando il panorama dall’alto. Il tempio cinese di fronte ha un aspetto curioso: si vede solo il tetto a pagoda e parte delle colonne decorate da draghi che lo sostengono.
Perché Bangkok è in gran parte sommersa dall’acqua. Come circa 15.000 chilometri di Thailandia. Le conseguenze economiche sono catastrofiche. Peggiori ancora quelle umane e sociali. Ma dipende da dove le osservi: dall’alto appaiono molto lontane, parte di un mondo che non è il tuo.
Se però scendi in basso e ti allontani solo di poco dal tuo piccolo mondo, ti accorgi che la terra non c’è più. Molte strade sono diventate canali, mercati, case, negozi sono allagati. I piccoli supermercati hanno gli scaffali vuoti, i vaporetti che collegano gran parte della città hanno sospeso il servizio. I passeggeri non saprebbero dove sbarcare. Tutto questo, molto vicino a te.
Allora s’insinua un sottile timore. Che il tuo piccolo mondo, nel prossimo futuro, ore o giorni, si trasformi in una specie di prigione. Da cui prima o poi dovrai uscire per cercare cibo e acqua. Forse, non avrai più luce. Scoprirai quant’è duro scendere e salire per trentuno piani.
E’ un’ipotesi da film catastrofista. Eppure il dubbio ti viene. E allora hai l’immediata, profonda percezione delle fragilità di un sistema globale. Dove le cause più profonde dei disastri sono da imputare a una gestione sacrilega della natura.
Poi pensi all’ancor maggiore fragilità del sistema asiatico, troppo frettolosamente indicato quale protagonista di un nuovo secolo che dovrebbe segnare il tramonto dell’Occidente. Qui i grattacieli sono spesso un’esibizione di potere più che un segno di vero potere. E’ quasi un paradosso che il peso stesso dei grattacieli di Bangkok contribuisca al suo sprofondamento.
Qui il fattore umano è troppo spesso marginale: le disuguaglianze sociali e il degrado moltiplicano i rischi. Ma poi scorreranno via con l’acqua.
Infine, ma solo perché ci vuole tempo per metabolizzarla con molta sgradevolezza, ti rendi conto della tua fragilità. La maggior parte dei thai che s’incontrano, di fronte alle loro case allagate, alle botteghe devastate, sorridono. «Mai pen rai» dice qualcuno, con un’espressione di rassegnata tranquillità.
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Se paragoni le tue ansie al loro atteggiamento, il risultato è sconfortante. Vedi i tuoi vizi, le tue debolezze, il tuo distacco dalla realtà.
Da tempo non credo alle coincidenze. Ora me lo conferma il Naga, il serpente a sette teste che nella mitologia asiatica rappresenta lo Spirito delle Acque. Che può rivelarsi tanto benevolo quanto vendicativo e devastatore. Proprio in questi giorni sto traducendo un libro dello scrittore thai Tew Bunnag intitolato Il viaggio del Naga (dovrebbe uscire in italiano nel 2012 per l’editore Metropoli d’Asia). Il Naga, in forma di una disastrosa inondazione che sconvolge Bangkok infrangendo tutte le sue fragilità e di coloro che ci vivono - «Fragile non significa che è debole, significa che si rompe facilmente» precisa Bunnag – è il personaggio latente di quel romanzo.
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Intanto è passato un altro giorno. In piscina, una coppia si gode la brezza. I ristoranti sono illuminati. Almeno qui, il caso e il caos restano ancora sotto la superficie del fiume. Come il Naga.

Un video thai (sottotitoli in inglese) che spiega, al modo thai, che cosa e perché sta succedendo. A modo suo è efficace.



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Flussi

Mi sono arenato su una nave fantasma. Nel frattempo la storia si è risolta. I marinai sono stati pagati. Forse anche perché quell’ultimo post è stato usato come minaccia.
Intanto, in pochi mesi di ritorno a ovest, il tempo è trascorso senza che altre storie apparissero su Bassifondi. Non che in Occidente non ce ne siano. Anzi, i bassifondi si espandono, diventano una palude dove le idee stagnano, marciscono. E’ come se nell’aria ci fosse una specie di blocco che paralizza le idee. Come se le menti fossero troppo impegnate a ragionare solo pro o contro qualcuno o qualcosa. Tutto inevitabilmente viene ricondotto a ciò. Come un labirinto che ha molte vie d’ingresso e l'uscita dev'essere ancora aperta.
Ma ora basta. Sono tornato a est. Non che in Oriente non ci siano crisi. Anzi, molto spesso, in questa parte di mondo assumono dimensioni catastrofiche, bibliche. E oltre le immagini dello sviluppo restano cupe zone d’ombra. Solo che qui ci si sente dentro un flusso, una corrente d’idee, si percepiscono orizzonti più lontani e c’è la curiosità e il desiderio di scoprirli.

Accade, ad esempio, che in una piccola galleria d’arte di Bangkok sia allestita una mostra in cui artisti indiani di religione hindu, musulmana e cristiana interpretano il Ramayana. Secondo il curatore indo-americano, Siddharta V. Shah, è un modo di materializzare gli archetipi junghiani, superare il contrasto tra cultura e religione. Forse, ma intanto accade.
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A Singapore, poi, si materializzano megaprogetti che modificano i concetti stessi dell’urbanistica, come i Gardens by the Bay.
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Ma si scoprono anche commistioni artistiche meno evidenti seppure di grande impatto. Come le stupende opere calligrafiche della Francese Fabienne Verdier, esposte alla Art Plural Gallery.
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Allora, alla fine, viene da sperare anche per l’Occidente. Speriamo nei flussi, per riprendere a navigare.

teaser : fabienne Verdier : flux: un film de philippe chancel from philippe chancel on Vimeo.


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La nave fantasma

C’è una nave fantasma. Un vecchio tramp steamer arrugginito, una di quelle navi che vanno dove trovano merci da caricare. Da mesi arranca nelle acque del sud-est asiatico aspettando un carico.
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Adesso è ancorata al largo di una lunga spiaggia che delimita una grande città. Dalla spiaggia, chi la osserva la vede come un elemento del panorama. Di notte si distingue solo qualche luce tremolante di un fuoco acceso in coperta.
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Anche gli uomini dell’equipaggio sono fantasmi. Anche loro sono tramp, vagabondi che si sono venduti per una paga di due dollari il giorno.
Da bordo guardano la costa, la spiaggia, la città. Vorrebbero sbarcare, sentire la sabbia, passeggiare tra quei palazzi, mangiare in uno dei locali di cui vedono le luci colorate. Magari avere una donna.
Ma non possono farlo, devono restare fantasmi. Se scendessero a terra, diventerebbero uomini. Anzi, sottouomini senza identità legale. Sarebbero messi in prigione e probabilmente ci resterebbero a lungo. Nessuno li rimanderebbe a casa. E perderebbero tutto quel poco che devono avere.
Ecco perché restano a bordo, fantasmi ammalati, affamati, disperati. Attendono che l’armatore li paghi, li faccia tornare a casa. Intanto sopravvivono pescando qualcosa.
C’è solo una donna, in carne e ossa lei, che può aiutarli. Lavora per organizzazioni di assistenza e tutela dei marinai. Ha portato a bordo acqua e riso e anche qualche barretta di cioccolato. E una scheda telefonica. Lei è la sola persona che può proteggerli da Mr. Lu, l’armatore. Un altro fantasma, ma cattivo. Non si fa vivo, se non con qualche messaggio al comandante. Vuole convincerlo a spostarsi altrove, dove potranno riparare la nave e ripartire con un nuovo carico. Ma in quelle acque non ci sarebbe più alcuna possibilità di aiuto esterno, di controllo. Senza contare che, per raggiungere altre coste, la nave potrebbe sparire su alti fondali.
Per ora quella donna e l’equipaggio sperano ancora che l’armatore si decida a pagare. Se non lo facesse, l’ultima alternativa sarebbe denunciarlo per traffico di esseri umani. In quel caso gli undici uomini a bordo della nave sarebbero rimpatriati. Ma tornerebbero a casa senza un soldo.

Questa è solo una delle tante storie di navi abbandonate, di equipaggi traditi, rimpiazzati da altri disperati. In questa storia non si citano nomi o nazioni, non appaiono sigle o bandiere. Perché ancora può andare a finir bene. Se dire bene ha un senso.
Intanto si sono concluse o stanno accadendo molte altre storie. Ci sono uomini che lavorano come schiavi sui pescherecci, quelli che scompaiono nel nulla. Nelle splendide acque del sud-est asiatico ci sono molte zone d’ombra.





Link.
The International Maritime Organization
The International Committee on Seafarers' Welfare
International Transport Workers' Federation
Apostleship of the Sea



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Tu chiamale emozioni

Qualche giorno fa ho parlato con Aung San Suu Kyi. Era il suo compleanno. Poche parole scambiate al telefono con una linea disturbatissima. Probabilmente disturbata da qualcuno in ascolto. Ma sono state sufficienti a emozionarmi profondamente. La voce di Daw, la Signora, è una bella voce di donna, forte, chiara (l’articolo è stato pubblicato su Il Sole 24 Ore).
Il mattino seguente ho seguito un’altra storia. Sono andato alla ricerca degli ultimi scorci del vecchio porto di Bangkok. Ho percorso una lunghissima, traballante passerella di legno marcio sopra un canale fangoso. E sono sbucato su un molo dov’era ormeggiata una vecchia carretta del mare. Esattamente il posto che cercavo. E ancora una volta mi sono emozionato.
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Se continui a cercarle, quando meno te l'aspetti, le Storie le senti, le vedi. Poi devi raccontarle.
Ma questa è un’altra Storia.
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Bangkok Noir

Bangkok è una città a molti colori. Come i suoi taxi. Ma non trovi un taxi nero.
Il nero sembra un colore rimosso, sopraffatto dalle luci. Forse perché ce n’è troppo. Negli slum, nei bassifondi, nei soi, i vicoli, sotto le strisce di cemento metropolitana e delle tangenziali sopraelevate. Ma allora non è un colore, è uno scuro, un’ombra, un’assenza di luce. Accade anche per molte storie di questa città. Sono confinate nel lato oscuro della realtà e della magia che qui sono inestricabili. Qualche volta annichilite dal sorriso, da una filosofia di vita maledetta dalla benedizione del sorriso, del mai pen rai e del sanuk, l’idea che nulla importa e tutto va trasformato in gioco.
Ma il nero, a volte, riesce a diventare un colore. Si trasforma in modo di esprimersi. E’ accaduto nel movimento culturale del Bangkok Noir, rappresentato da Chris Coles, che cerca di trasformare in arte lo stile di vita underground di Bangkok.
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One night in Bangkok, di Chris Coles

Il nero, il Noir, è anche lo stile dei racconti raccolti da Christopher G. Moore in Bangkok Noir.
BangkokNoirNella sezione storie pubblichiamo la sua introduzione al libro. Potete accompagnarla con il blues dei Banglumpoo Blues di Bangkok. Il nero, alla fine, come il blues, è uno stato d’animo.

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Requiem

In memoria di Tim Hetherington. Non era un “santo”, non è un “martire”. Come tanti, troppi altri. Era ed è un grande reporter. Un Uomo.
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Domenica benedetta domenica

Bangkok, una domenica mattina di sole. Nel parco di Suan Rot Fai la gente passeggia, va in bici, siede sulle panchine attorno a un laghetto. A poca distanza, il caos del mercato di Chatuchak, uno dei più grandi dell’Asia. Al margine del laghetto un edificio moderno, dalle colonne sull’acqua. E’ la sede del Buddhadasa Indapanyo Archives (BIA), un centro di studi buddhisti.
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Prende nome da Buddhadhasa Bhikkhu (1906-1993), il monaco (Bhikkhu) “servo del Buddha” (Buddhadhasa), “un pensatore buddhista per il mondo moderno”. L’essenza della sua dottrina consiste nell’idea che secolare e spirituale non sono entità separate, l’economia, la politica, la vita sociale non sono in contraddizione con l’etica. L’insegnamento del monaco si basa sullo studio di altre dottrine religiose, e sul distacco dai riti e dai simboli, sostituiti dalla meditazione, affinché ogni individuo possa raggiungere la coscienza di far parte di un unico universo e quindi della necessità di vivere in armonia con esso.
Il Bia, non è solo un centro di studi, ma anche una palestra mentale e spirituale in cui ci si esercita nella pratica base dell’anapanasti, la meditazione sul respiro. Oppure si può seguire un corso di yoga o di Tai Chi. O solo rilassare corpo e mente in grandi sale aperte sul lago e disseminate di cuscini a forma di pietra.
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E’ un luogo rasserenante, semplice nella sua modernità strutturale. Luoghi come questo sono necessari. Servono a distaccarsi, almeno per qualche istante, dai bassifondi. Bilanciare la realtà.

Strong Max by Mindfulness with Sound

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Una pizza col morto

Metti una sera a cena, mangiando una pizza nel giardino di un ristorante italiano in un lussuoso shopping mall di Bangkok, col sottofondo musicale dei Gipsy Kings. E intanto sfogli sull’iPad le pagine di un libro sulla guerra asimmetrica, ossia la guerra che si combatte tra forze impari. S’intitola Moral Dilemmas of Modern War. L’autore è Michael L. Gross, condirettore del programma di Etica Applicata alla facoltà di Relazioni Internazionali di Haifa. Scrive nella prefazione: “Lo vedo come una guida pratica, poiché intende rispondere alle domande morali e legali poste da studiosi di politica e leader politici, militari, giornalisti, filosofi, studenti e cittadini, circa le diverse tecniche, armi e pratiche utilizzate in un conflitto asimmetrico”. La guida pratica che segue riguarda temi quali la tortura, l’omicidio mirato, gli interrogatori pesanti, la armi non letali (che siano chimiche e strutturali, qual è la logistica), gli attacchi a combattenti civili, il ricatto, il terrorismo. Il tutto analizzato con freddezza, rigore, lucidità. Al confronto Machiavelli e Hobbes appaiono Candide. Mentre scorri rapidamente le pagine luminose, che appaiono come un’altra decorazione sul tavolo, il cervello va in corto circuito per il sovraccarico delle informazioni, il loro significato, l’incoerenza con l’ambiente.
In questa surreale situazione, cominci a pensare che ti stai trasformando in un mostro: riesci a goderti il cibo, la musica, la serata, mentre evidenzi sullo schermo acronimi come Sirius (superfluous injury or unnecessary suffering). Allora ti coglie un vago senso di paura. Non per un sussulto moralistico. E’ la paura che nasce dalla presa di coscienza della realtà, dal fatto che l’alternativa è ristretta: o ti coinvolgi negli avvenimenti, oppure cerchi di analizzarli.
E’ quello che ho iniziato a fare, scoprendo che la compagnia dei “mostri”, coloro che hanno scelto di analizzare senza cedere agli stereotipi politicamente corretti, è numerosa e interessante. Ad esempio il professor Peter Andreas, che ha curato un saggio dal titolo inquietante e affascinante: Sex, Drugs and Body Counts, ossia “la politica dei numeri nel crimine globale e nei conflitti”. Dove si scopre che in questi casi è quasi impossibile ottenere statistiche reali. Sono manipolate in funzione delle esigenze del momento: quando i governi spingono per un intervento (come in Kosovo), le cifre sono gonfiate, quando vogliono astenersi (come in Darfur), sono ridotte. Accade così per il numero di persone uccise nei genocidi, per quello dei migranti, per la grandezza dei traffici di droghe ed esseri umani. A quanto pare è opinione diffusa che le cifre siano più efficaci delle parole e soprattutto che nessuno si prenda il disturbo di confutarle. Ancora una volta, quindi, si rileva la necessità di un’analisi chirurgica.
Altra cattiva compagnia che riesce a chiarire parecchi lati oscuri dell’attuale ordine mondiale è Laura Dickinson, direttrice del “Center for Law and Global Affairs” della Arizona State University. Lei si è dedicata a un tema destinato a divenire sempre più diffuso: quello dei “Contractors”, coloro che un tempo erano definiti “mercenari”. Nel saggio Outsourcing War and Peace: Preserving Public Values in a World of Privatized Foreign Affairs, la dottoressa Dickinson non giudica il fenomeno. Ne prende atto ma valuta i rischi posti dall’impiego dei contractors cercando di definire nuove regole affinché anche loro siano soggetti alle regole, si adeguino ai valori condivisi di diritti umani, rispetto dei principi di democrazia, trasparenza.
C’è qualcuno, tuttavia, che crede non sia sufficiente capire, ma sia necessario intervenire. Tanto più in un Occidente troppo viziato dal suo benessere, dalla sua tranquillità. Farlo, in fondo, non ci costerebbe troppo. Basterebbero piccoli atti di resistenza civile, di opposizione a ciò che si ritiene ingiusto. Basterebbe seguire l’esempio di coloro che l’hanno fatto, con rischi molto maggiori, in tutto il pianeta. E’ quanto raccontano Steve Crawshaw e John Jackson, entrambi in prima linea nella difesa dei diritti civili, in Small Acts of Resistance: How Courage, Tenacity, and a Bit of Ingenuity Can Change the World. Il libro è una raccolta di piccole, grandi storie di uomini che si sono opposti a un’autorità repressiva con azioni più o meno legali (considerando il relativo valore del concetto) ma sempre non violente. Dimostra che, alla fine, qualcosa si può fare. E’ solo un po’ scomodo e impone qualche rinuncia. “Basta che non sia alla pizza” dira subito qualcuno.

Un’analisi profonda da Finché c'è guerra c'è speranza, diretto e interpretato da Alberto Sordi.





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La Sindrome di Stoccolma

Giovedì 23 agosto 1973 un uomo entrò nella sede della Kreditbanken bank di Stoccolma. Sparò una raffica sul soffitto e gridò: «La festa comincia. Tutti giù per terra». Non era una rapina: chiedeva tre milioni di corone svedesi e la liberazione dal carcere d’alta sicurezza di un suo compagno di malavita.
La festa continuò per sei giorni. Si concluse con l’arresto dell’uomo e la liberazione dei quattro ostaggi. Ma soprattutto con la definizione di una nuova psicopatologia: la “Sindrome di Stoccolma”, quella forma di comprensione, di dipendenza emotiva, che le vittime di un sequestro possono manifestare nei confronti del sequestratore.
L’uomo che ha dato origine alla Sindrome di Stoccolma si chiama Jan-Erik Olsson, “Janne”. Sta per compiere settant’anni e vive in Thailandia, nel villaggio d’origine della sua ultima moglie, Phian, conosciuta in Svezia. In realtà non è un villaggio, è una distesa di risaie con capanne e casupole sparse quasi al confine col Laos, nell’estremo orientale dell’Isaan, il nord-est del paese, la regione più povera. Olsson aveva comperato terreni, costruito una grande casa, aperto un minimarket. Aveva fatto fortuna, era un’autorità locale. Poi la fortuna è girata: il minimarket sta per fallire, schiacciato dalla concorrenza dei nuovi grandi centri commerciali che aprono anche là. Molti terreni li ha dati in uso ai parenti della moglie. La maggior parte li ha venduti. Ha venduto anche l’auto. Quelli che gli restano rendono meno di 50 euro d’affitto il mese. E il governo svedese gli ha decurtato la pensione.
«Non mi hanno dimenticato» dice, allargando le grosse braccia sconsolato. Adesso spera di poter guadagnare qualcosa con il libro che ha scritto (Stockolm-Syndromet, per ora solo in svedese), col film che dovrebbero farne, con le conferenze che dovrebbe tenere nelle scuole svedesi.
Intanto, appena incontra un occidentale, un farang, come li chiamano in Thailandia, si sfoga a parlare, a raccontare, a ricordare. Racconta la sua storia e storie di mala, del codice dei ladri, di una Beretta comperata in Italia, di una bellissima donna incontrata in via Prè a Genova, di viaggi attraverso le frontiere di un’Europa in piena guerra fredda. Sembra che quel periodo resti il mito della sua vita. Come una guerra per chi l’ha vissuta.
Sono stato suo ospite per un giorno. Ho dormito sopra le 200 bottiglie di whisky che aveva comperato per il minimarket e non ha voluto lasciare a chi l’ha affittato. Mi sono addormentato sentendo la moglie che ogni sera prega per un’ora e mezza di fronte all’altarino nel soggiorno e mi sono svegliato alle sei del mattino mentre lei si avviava al tempio per pregare ancora.
Andando in giro, mangiando, passeggiando, bevendo birra seduti nel piccolo padiglione di fronte a casa sua, Janne ha parlato sempre. Delle alterne fortune e sfortune, dei figli, degli amori, degli inverni svedesi e della stagione secca in Isaan. Del suo essere buddhista, degli amuleti che gli ha dato un venerabile monaco e che pendono sul petto e lo stomaco dilatato appesi a una catena d’oro.
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A volte si è è commosso, ogni tanto ha avuto un piccolo scatto, spesso ha riso. Ricordando certe cose, soprattutto parlando dei figli, gli venivano i brividi e si passava le mani sugli avambracci. Sembrava sincero. Non ha rimpianti. Non chiede scusa. «A che serve?». Preferisce aiutare la gente di questa povera zona. Ha anche offerto una grande statua del Buddha per un piccolo monastero.
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Il giorno dopo la mia partenza mi ha telefonato per dirmi che avevo lasciato le sigarette a casa sua. «Meglio così - ha detto - fanno male».
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L'arte della fuga

Molti cercano un libro guida. Non un breviario esistenziale, riferimento culturale, morale, politico o filosofico. Una guida di viaggio. E’ sempre più difficile trovarne di buone. Tanto più oggi, che la letteratura di viaggio sta trasformandosi in una sequenza di luoghi comuni, banalità da turisti per caso, velleitarismi da sedicente viaggiatore. Sempre più spesso il miglior libro guida è un romanzo d’evasione: un thriller, un giallo, una storia d’azione, sesso, intrighi.
E’ il caso dei romanzi di John Burdett, ex avvocato inglese che vive tra Costa Azzurra e Thailandia. Le sue detective stories (dove il detective è un sangue misto diviso tra pulsioni mistiche da ex monaco e carnali da socio di un bordello), sono perfetta guida per Bangkok e molti scenari asiatici.
Altro recente esempio è il primo romanzo di Ron McMillan, giornalista scozzese di base a Bangkok con una lunga esperienza in Corea e in Cina. Si intitola Yin Yang Tattoo e conduce il lettore alla scoperta di Seoul e della Corea tutta.

«Non è grande letteratura» ha dichiarato Ron in un’intervista. E’ letteratura d’evasione, appunto. Escapist fiction. Nel senso di quella letteratura, quella fiction, che offre una fuga psicologica dai problemi di tutti i giorni, immergendo il lettore in una dimensione esotica, avventurosa, erotica. Lontanissima da una realtà percepita come noiosa, sgradevole, banale.
Il termine (che sia collegato a un romanzo, a un film, a qualsiasi espressione culturale) è usato spesso in senso quasi spregiativo, in contrapposizione a forme più “alte” d’espressione. Indica qualcosa di politicamente scorretto.
Forse per questo l’evasione si traveste da fuga o si definisce tale. La fuga, infatti, ha assunto una valenza più profonda e complessa. Esprime il senso della ribellione, dell’abbandono, della trasgressione, della disperazione e della vitalità. Diviene un senso della vita. Fuga, così, dà valore e significato alle forme in cui si esprime.
L’esempio perfetto è Easy Rider, il film di Dennis Hopper che ha segnato un’epoca e una generazione,

Altrettanta storia hanno fatto i film della trilogia della fuga di Gabriele Salvatores: Marrakech Express, Turné, Puerto Escondido. Quest’ultimo tratto dal romanzo omonimo di Pino Cacucci, autore consacrato da romanzi che hanno per protagonisti uomini in fuga.

In questo senso i libri guida d’evasione sono spesso libri sulla fuga, della fuga. Soprattutto perché sono stati scritti da espatriati, uomini che si fermano là dove nulla è familiare, dove la luce è surreale, gli odori sono quelli di spezie sconosciute e s’avvertono vibrazioni aliene, vittime di un auto esilio, immersi in un altrove che rifletta un’immagine rovesciata di se stessi. In Asia il senso di questa fuga si avverte ancor più forte, in un complesso mix di sopravvivenza, adattamento a tradizioni tanto antiche quanto esterne al nostro Dna, difficoltà linguistiche, opaca burocrazia e corruzione, avventura. E’ un percorso in cui ci si può facilmente smarrire, cedendo all’autoindulgenza e assolvendosi dai propri peccati commettendone altri. E’ anche per questo, forse, che si possono realizzare buoni libri guida. Il problema è che poi si vuole andare oltre, si comincia a pensare a Conrad. Ma questa è un’altra storia. Un’altra via di fuga.
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Osservo il geco

E’ trascorso molto tempo dall’ultimo post. Ecco perché, in una piccola storia.P1010063
Osservo il geco. E’ immobile sotto la lampada che rischiara debolmente il tavolo. Piccolo, sembra di gomma. Non sposto le mani, cerco di restare immobile e continuo a osservarlo. Osservare un geco è utile: t’insegna l’attenzione, la pazienza, la percezione del territorio. Bisognerebbe osservare di più gli animali. Come facevano gli antichi saggi cinesi.
Poi, tra questi pensieri esoterici, mi viene in mente la frase del colonnello Kurtz in Apocalypse now: “Ho osservato una lumaca, strisciare lungo il filo di un rasoio, questo è il mio sogno, il mio incubo: strisciare, scivolare sul filo di un rasoio e sopravvivere”. L’inquietante pensiero mi distrae dal geco. Mi muovo impercettibilmente e lui schizza via dal tavolo, appostandosi sotto un’altra lampada sulla balaustra che mi separa dal corso del fiume. Riporto l’attenzione sul taccuino accanto a me, guardando le tre righe dell’haiku che ho scritto prima di fissarmi sul geco.
Umido dopo le
Piogge di fronte al
Tempio dell’alba.
Non mi tornano i conti, non riesco a far quadrare la metrica di cinque, sette e cinque sillabe. Non so per quale disfunzione mentale, mi riesce difficile la scansione sillabica.

Ci sono periodi, a volte lunghi, in cui le mie serate a Bangkok trascorrono così, come in questa piccola storia. In una locanda sul fiume, magari davanti a un piatto di granchio al curry e riso, sento di essere esattamente dove dovrei essere. Non so perché. E’ come se il finire del giorno mi faccia sperare. Il mattino mi fa paura, ha in sé l’idea di una giornata da trascorrere confrontandomi con i miei pensieri. In quei momenti serali, invece, avverto spesso un attimo di presenza mentale, il senso della sincronicità, la connessione fra eventi soggettivi e oggettivi che avvengono nello stesso tempo e tra i quali non vi è una relazione di causa-effetto ma un’evidente comunione di significato. Vedo le storie che vorrei fare. Che, spesso, il mattino dopo, svaniscono nelle mie incertezze. Nell’attesa che accada qualcosa.
Diceva il tenente Willard nella prima scena di Apocalypse Now: “Io volevo una missione, e per scontare i miei peccati, me ne assegnarono una”.
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Guerra senza pace

“La guerra che abbiamo conosciuto nel corso della storia, e fino a pochi anni fa, non esiste e presumibilmente non esisterà più. La guerra sarà sempre più senza quartiere e asimmetrica. Non solo: sparirà la distinzione tra pace e guerra, tra civile e militare, tra nazione e nazione, tra guerra e dopoguerra”.
“La stessa contrapposizione tra guerra e pace e le stesse nozioni di guerra in funzione della pace scompaiono infatti di fronte a una nuova situazione in cui ora e in futuro siamo e saremo tutti in uno stato permanente di guerra. Quindi guerra e pace saranno, sono, concetti ormai obsoleti”.
Sono due brani tratti da un interessante saggio di Enzo Rutigliano, docente di sociologia all’università di Trento: Guerra e Società.
Il saggio, spiega Rutigliano, vuole indagare il ruolo che le società hanno avuto nell’evoluzione delle guerre e quello che le guerre hanno avuto nello sviluppo delle società. “La sociologia della guerra, secondo la nostra ipotesi, è l’analisi e l’esposizione dei cambiamenti che avvengono nella società e dei loro riflessi nell’evoluzione della guerra (il modo di condurla, le strategie che impiega) e negli strati sociali che vi partecipano”.
Un libro del genere rientra in un nuovo filone, quello che è stato definito The Softer Side of War. Espressione che non si può tradurre come “il lato più dolce della guerra”, ma che più si richiama alla filosofia della guerra o, meglio ancora, alla guerra come cultura. Ne sono esempio e conferma altri due recenti saggi che esplorano l’influenza della cultura sulla dottrina militare: The Culture of Military Innovation di Dima Adamsky e Beer, Bacon, and Bullets di Gal Luft. Entrambi affermano che la cultura gioca un ruolo basilare nella condotta della guerra, e che politici e leader militari devono comprendere l’impatto della cultura nelle faccende militari oppure prendere atto delle spiacevoli conseguenze della loro ignoranza.
E’ un fattore ineluttabile di cui deve prendere atto anche chi la guerra la racconta. “Il futuro sarà un conflitto globale continuo e uno dei suoi strumenti privilegiati sarà, è, l’informazione. Intesa, questa, come informazione, disinformazione, controinformazione. Ma, anche, come inquinamento dei mezzi di informazione nell’ambito dell’economia e delle borse o, semplicemente, come uso dei mezzi di informazione” scrive Rutigliano.
Insomma è necessario superare ogni limite di correttezza politica e divenire embedded nel senso più profondo del termine: immergersi, inserirsi, amalgamarsi, incastrarsi nella guerra. Non solo fisicamente ma anche concettualmente. Solo in questo senso, forse, si possono risolvere i dubbi, le schizofrenie, le critiche che hanno caratterizzato il ruolo dei reporter embedded, considerati, secondo i casi o le posizioni ideologiche, rappresentanti del “War Porn”, dell’oscenità della guerra, portavoci del potere, osservatori parziali, contractors dell’informazione. Come ha scritto nel suo blog il fotografo (e amico) Andrea Pistolesi, questo induce a credere “che non ci sono dubbi sulla giustezza di un'azione o di una guerra, o meglio, nessun dubbio deve essere instillato dai media”. I dubbi, tuttavia, non possono essere creati o risolti stando da una parte o dall’altra (ammesso che “l’altra parte” consenta di seguire le loro azioni). Bensì avendo tanto coraggio, essendo tanto embedded, da analizzare la guerra come un qualsiasi fenomeno culturale, come una condizione senza tempo dell’uomo.


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Narratori ambulanti

Ora che mi è proibito entrare in Birmania ripenso a molte storie di quel paese, di uomini e luoghi. Una di queste, in un certo senso, è una metafora dalla Birmania stessa. Un concentrato di violenza, coraggio, rassegnazione, onore e disonore, disperazione. La trovate nella sezione storie.
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Se volete vederne tutte le immagini, non dovete far altro che scaricare una nuova applicazione per iPad. Si chiama PadPlaces e raccoglie questa e molte altre storie fotografate da Andrea Pistolesi.
Andrea ed io facciamo questo: andiamo in cerca di storie e poi cerchiamo di raccontarle.
Non sempre riusciamo a farlo bene. Spesso non ci riusciamo proprio. Bene o male adesso è più facile: c’è un nuovo strumento che prescinde da presunte logiche di mercato, che permette di vedere e scoprire un mondo che, alla fine, non è così globale.
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Il senso dell'onore

«Non sei stato un uomo d’onore» mi dice il funzionario del consolato Birmano a Bangkok ridandomi il passaporto.
E’ la sua spiegazione al fatto che mi hanno negato il visto. Anzi, con un bizzarro senso dell’ironia, prima me lo hanno concesso applicandolo sul passaporto e scrivendoci journalist. Poi lo hanno annullato con un timbro: Cancelled.
Io, in effetti, non sono stato sincero: nella domanda per il visto ho mentito sulla mia professione. Non sul mio scopo. Avevo detto che volevo andare a Rangoon perché mi sembrava un momento interessante.
Al funzionario mi sono limitato a rispondere che lui e tutti quelli come lui non mi sembravano le persone più adatte per parlare d’onore.
Altre volte, in passato, il visto mi era stato concesso. Sembrava quasi un gioco delle parti. Io mentivo e loro fingevano di crederci. Evidentemente, in questo momento, dopo le “elezioni”, non vogliono testimoni.
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“Anatomia di un’elezione”: è il titolo di un bell’articolo di Patrick Winn pubblicato sul sito Global Post. Anatomia è un termine perfetto. Si compie su un cadavere, su qualcosa che non ha vita. Adesso che il morto è su un tavolo dell’obitorio, ci accorgiamo che non ha vita. Prima, quando era disteso per strada, sanguinante, massacrato, allora no, non era morto. Poteva solo esserlo. Forse. Forse chi l’aveva ucciso poteva farlo risorgere.
E’ ciò che è accaduto. Adesso, a giochi fatti, tutto l’Occidente scopre che le elezioni birmane sono state una farsa. Lo stesso partito d’opposizione – quello che si era opposto al boicottaggio richiesto dalla Signora Aung San Suu Kyi – ne chiede l’annullamento. Prima era stato un continuo ripetere di se, ma, forse, sottili distinguo sul meno peggio, sull’unica possibilità, sulla mancanza di alternative. Più corretti, in un certo senso, i governi dell’Asean e la Cina: confermano il loro giudizio, le elezioni sono un “passo avanti”.
Il commento migliore è stato quello di Tim Heinemann, ex colonnello dell’esercito USA oggi a capo di Worldwide Impact Now, una Ong che assiste le popolazioni oppresse. «Le elezioni sono state come mettere la facciata di una chiesa davanti a un bordello».
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La Ballata di Esmeralda

Una nuova storia: di una nave, di un modellino, di vecchi marinai…
Per leggerla clicca qui
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Storie

Cercando nuovi orizzonti Bassifondi prende il largo con le sue Storie

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Uomini, mezzi uomini...

Facciamo il gioco di Don Mariano, proviamo a suddividere gli uomini come fa quel vecchio Padrino ne Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia.

“Quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”.

Come prima regola il giocatore deve mettere in gioco se stesso. Poi si può procedere. Jon Krakauer, il giornalista-scrittore noto per i libri-reportage come “Aria Sottile” e nelle “Terre Estreme”, si presta al gioco e si colloca tra i mezzi uomini o addirittura tra i “quarter men”, intendendo la metà di un mezzo uomo, ma forse pensando inconsciamente ai quarterback del football americano, tanto per mitigare i suoi limiti (il quarterback, in realtà, è l’Uomo più importante in campo).
Per Krakauer gli Uomini sono quelli come i protagonisti dei suoi libri. Specie l’ultimo: Pat Tillman, un campione di football che decise di partire volontario per l’Afghanistan. Dove venne ucciso dal “fuoco amico”. La sua storia è raccontata nel libro Dove gli uomini diventano eroi.
«Era un equilibrista tra gli opposti. Era pieno di contraddizioni e di dubbi ma li accettava. Riusciva a controllarli. Una volta scelta una via, la seguiva sino in fondo» mi dice Krakauer. Che poi cita Emerson: “Fai sempre quel che hai paura di fare”.
Come si vede è un gioco che può diventare molto pericoloso. Non si tratta di un rischio fisico. «Rischiare è facile, specie quando sei giovane» dice Krakauer, che lo ha fatto spesso e sull’Everest stava per concludere la sua avventura umana. Il pericolo vero è la confusione etica, il cedere all’hubris, perdersi in quel teatro delle ombre dove l’onore, il coraggio sono le maschere dell’arroganza, dell’egoismo. Dove gli uomini vorrebbero essere tali ma poco a poco scivolano nelle categorie inferiori. Quello che, secondo Krakauer, è accaduto al generale McChrystal, “uomo dalle capacità eccezionali, pronto ad aggirare le regole per ottenere risultati”, ma che si è lasciato contaminare dall’hubris sino al punto di insabbiare l’inchiesta sulla morte di Tillman per ambizioni personali.

È un gioco ancor più pericoloso per coloro che di quegli Uomini raccontano le storie: si muovono in territorio pieno d’insidie, dove bisogna costantemente camminare sul filo, in bilico tra demoni e suggestioni, dove è facile cadere nel moralismo e ancor più cedere all’eccesso. Come ha scritto Nietzsche: "Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro".

Accade così anche a Sebastian Junger, altro scrittore di reportage americano, noto soprattutto per La Tempesta Perfetta. Il suo ultimo lavoro è Restrepo, operazione multimediale che racconta in diretta un anno di vita di un plotone di soldati americani in un remoto avamposto afgano. Un lavoro potente, epico, di straordinaria complessità. Un’opera in cui si manifesta quello che il filosofo James Hillman ha definito un terribile amore per la guerra, dove ci si spinge dentro “lo stato marziale dell’anima”. Ecco perché Junger è stato accusato di scrivere della guerra “come se fosse una tempesta in mare, una forza della natura che si diffonde nel mondo per mettere alla prova la forza, il coraggio e l’intelligenza degli uomini. Una visione della guerra totalmente apolitica, una condizione senza tempo dell’uomo”.

Junger, ancor più di Krakauer, si presta a interpretazioni contraddittorie, addirittura inquietanti. Ma in entrambi danno prova di un giornalismo totale, senza se e senza ma. Alla fine né Krakauer, né Junger, né i loro mille volti dell’eroe possono essere incasellati nel gioco di Don Mariano. Forse è questa la vera soluzione del gioco. Non giocarlo.




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Il Caro Estinto

Ogni volta che s’incontra un rifugiato birmano si entra immediatamente in un’altra dimensione. Tutti i parametri del nostro modo di essere sono scardinati.
La vita, ad esempio, nel senso di storia individuale. Per ognuno di loro comprende sempre un periodo di carcere. Due, cinque, sette, dieci, anche vent’anni di prigione sono citati come parte inevitabile dell’esistenza.
La morte, ad esempio, nel senso che pochi possono permettersi una degna cremazione.
Ogni volta che s’incontra un rifugiato birmano, poi, si scoprono nuove follie, quasi sempre orribili. A volte buone. Come la Free Funeral Services Society, che fornisce servizi funebri gratuiti.
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Quinto Potere

Il quarto potere è morto. Viva il quinto. I media tradizionali sono stati sostituiti da Facebook, Twitter, dai social network e da una galassia di blog. I giornalisti professionisti sono rimpiazzati dai citizen journalist: ognuno può comunicare ciò che pensa, vede e riprende grazie a telefonini, video e fotocamere digitali.
Ma il quinto potere è davvero meglio del precedente? Certo, quello era spesso impreciso e di parte. Ma il nuovo “giornalismo partecipativo” è ancor meno obiettivo, molto più impreciso, in toni e forme che spesso confondono la situazione, rendono indistinguibili le informazioni dalle opinioni.
La vera differenza tra i due poteri sta nel concetto di base. Le informazioni trasmesse dai nuovi media sono tali in senso informatico: enormi quantità di bit, di dati diffusi on line. Ma non lo sono nel senso semantico, ossia mezzo di conoscenza e formazione.
Bisognerebbe cominciare a distinguere: il mezzo non è il messaggio. Blog e social network non sono giornalismo. Sono fonti di opinioni, di idee, di impressioni senza alcun controllo, spesso comunicate da chi non ha alcuna preparazione su ciò che scrive. In molti casi sono il mezzo per esprimere una forma di autoaffermazione.
In alcuni casi, ne sono esempio la Birmania, il Tibet o l’Iran, il citizen journalist è stato l’unico testimone possibile. Ma in molti altri, la maggioranza, ha solo contribuito ad alimentare crisi, a confondere le idee, raccontando storie osservate da lontano e non verificate. A morire sul campo dell’informazione sono ancora i giornalisti professionisti.
Il fenomeno è ancor più evidente quando i blogger vogliono raccontare e spiegare il mondo. Diari di viaggio equivalenti alle proiezioni di filmini delle vacanze assumono la valenza di guide, se non di saggi geografici o antropologici. Tramite i Google Alert attivati per tutti i paesi del sud-est asiatico, ad esempio, scopro “templi sepolti nella giungla”, “mercati pittoreschi”, “vegetazioni lussureggianti”, “città di contrasti”, “atmosfere esotiche”. Vengo illuminato sulla globalizzazione che appiattisce il mondo, sui valori culturali che scompaiono. Insomma sono informato da una serie di luoghi comuni, scoperte già fatte, considerazioni di sequispedale banalità. Solo perché qualcuno è andato da qualche parte e vuole comunicarlo al mondo, affermando così la propria identità di vero viaggiatore o di travel writer.
E’ un’opinione che suona interessata, di un giornalista che pretende di essere uno dei pochi autorizzati a scrivere su questi temi. E’ assolutamente vero. Perché sono anni che vivo in questa parte di mondo, ne studio la storia e la cultura, ne analizzo problemi e politiche. E finalmente ho capito che non posso capire. Il che è un enorme passo avanti rispetto a tutti quelli che hanno capito tutto.

Un articolo sul tema (© - FOGLIO QUOTIDIANO).



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Il villaggio dei Fiori di Luna

“Dok-mai chan”: in thai significa fiori di legno di sandalo. Con leggera variazione di tono, significa “i fiori di luna”. Sono fiori artificiali, composti da sottili strisce di corteccia, usati nelle cerimonie funebri. Sono preparati con delicatezza e precisione, anche nelle forme più povere in carta o legni meno pregiati, dalle donne del villaggio di Bang Sue.
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In realtà non è un villaggio, è un distretto di Bangkok, uno dei suoi slum. E’ considerato uno dei più pericolosi, covo di trafficanti di yaa baa, la metanfetamina che fa impazzire i poveri dell’Asia, vivaio di killer che si reclutano per cento dollari, di bambine avviate alla prostituzione e di bambini venduti a ricchi signori. Le donne che non vogliono o non possono più prostituirsi, le vecchie, le malate di aids, preparano i fiori della luna. Guadagnano circa 2,5 baht al pezzo, circa sei centesimi d’euro.
Nella palude su cui sorge il villaggio dei fiori di luna e in tutti gli slum inglobati in questa megalopoli si alimentano i semi della rivolta di cui si è appena concluso il primo atto. Non si possono sradicare, sono come i serpenti d’acqua. Bisogna bonificare la palude.
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I cani di Bangkok

L’altra notte, in una Bangkok che il coprifuoco ha disconnesso dalla sua realtà, ho sentito i cani. E mi è venuto in mente l’incipit di Insallah, di Oriana Fallaci. Lo sono andato a cercare…

“La notte i cani randagi invadevano la città. Centinaia e centinaia di cani che approfittando dell’altrui paura si rovesciavano nelle strade deserte, nelle piazze vuote, nei vicoli disabitati, e da dove venissero non si capiva perché di giorno non si mostravano mai. Forse di giorno si nascondevano tra le macerie, dentro le cantine delle case distrutte, nelle fogne coi topi, forse non esistevano perché non erano cani bensì fantasmi di cani che si materializzavano col buio per imitare gli uomini da cui erano stati uccisi. Come gli uomini si dividevano in bande arse dall’odio, come gli uomini volevano esclusivamente sbranarsi, e il monotono rito si svolgeva sempre con lo stesso pretesto: la conquista d’un marciapiede reso prezioso dai rifiuti di cibo e dal marciume…”.

E’ più bello di come lo ricordassi. E mi è sembrato perfetto per quella notte di Bangkok, dove bande di fantasmi si davano la caccia. Poi ho ascoltato e guardato meglio la notte. Mi sono focalizzato sulle guglie di un tempio, sulle luci sopra i grattacieli. L’abbaiare dei cani suonava meno inquietante. Erano gli stessi che vedevo durante il giorno, sonnecchiare nella calura. E si sentiva anche il frinire degli insetti.
No, Bangkok non è Beirut.
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Quale Democrazia, quale Religione?

«Quale democrazia vogliono in Thailandia? » chiede J.S., videogiornalista indipendente, birmano. Per lui la sproporzione tra ciò che accade a Bangkok e a Rangoon è incommensurabile. La richiesta di democrazia da parte di manifestanti che occupano il centro della città da quasi due mesi, incomprensibile. Il fatto che ciò accada, per J. che ha vissuto la dittatura birmana, è una prova di democrazia.
Per altri, vissuti nelle democrazie occidentali, la democrazia è divenuta un’icona, un mito. Una religione. Ogni trasgressione alle sue regole – e la Thailandia ne ha infrante molte – è un peccato mortale.
«Alla fine è sempre una questione di parole: democrazia, religione» dice Manit, maestro di meditazione al Wat Mahatat, uno dei più venerati monasteri di Bangkok. «Dovremmo essere più concentrati su noi stessi prima di pensare a che cosa è bene per tutti gli altri. Se non conosciamo noi stessi, come possiamo pensare di conoscere gli altri?».
Per un occidentale è l’ennesimo paradosso. L’egocentrismo diviene una virtù, in contrapposizione alla forza distruttiva dell’altruismo.
«Questo è uno dei grandi vantaggi del buddhismo, amico mio» dice Manit «Non è orientato ai risultati. Non c’è alcun modo in cui tu possa influire sul destino degli altri. Puoi farlo solo sul tuo».
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Bangkok 2012

Dopo due mesi della surreale rivoluzione thailandese che sino a oggi ha provocato 29 morti e un migliaio di feriti, non si sa come andrà a finire. Ogni ora si alternano notizie diverse. Il governo ha proposto una road map per la riconciliazione. I “rossi”, hanno accettato il dialogo con molti se e ma, e continuano a occupare il centro di Bangkok. I “gialli”, gli ultraconservatori dell’Amatya, l’élite, gridano al tradimento. L’esercito è diviso tra falchi e colombe. Ogni analisi secondo la logica lineare occidentale, qui e ora, entra in corto circuito. La Thailandia potrebbe rivelarsi il Cigno Nero dell’Oriente: un evento raro, di grandissimo impatto, prevedibile solo a posteriori. In questa prospettiva lo scenario di una Bangkok da medioevo prossimo venturo, oltre che molto simile alla realtà, rischia di apparire probabile.

Per leggere un futuro possibile clicca qui.
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Hotel Rwanda

Sperando ancora che non diventi Hotel Bangkok. Che non si materializzino in Thailandia le scene del film con quel titolo, ambientato in Rwanda nel 1994, anno del genocidio che coinvolse Hutu e Tutsi e si concluse con oltre un milione di morti. Un’ipotesi agghiacciante. Sembra improbabile, anche perché la crisi thai si verifica in un contesto molto differente e non ha implicazioni etniche. Non così profonde, almeno. E’ “solo” una lotta di classe. Ma è possibile. Quasi a esorcizzare l’incubo di una guerra civile mostrandone l’orrore, l’associazione “People Who Do Not Accept Civil War” ha proposto di proiettare il film in una stazione di Bangkok. Ma il governatore ha negato il permesso affermando che avrebbe potuto accendere nuove tensioni. Il problema è che, mentre in Rwanda le tribù in lotta erano solo due, qui sono molte di più.
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Bangkok Dangerous

Il quotidiano thai in lingua inglese “The Nation” di oggi ha titolato “Bangkok Dangerous” la cronaca della scorsa notte. Tanto confusa che, a distanza di venti ore, non si sa di preciso quante granate siano state sparate (4 o 5, ma propendo per la seconda versione) né quanti morti abbiano fatto (sembra 3, è probabile). Un’incertezza sui dati che è un pallido riflesso della confusione della situazione, delle analisi, delle prospettive o soluzioni, degli scenari previsti. E’ certo che Bangkok è pericolosa. E che il titolo è un plagio: riprende quello di un film del 2008 con Nicolas Cage, storia di un killer incaricato di assassinare un uomo politico thai. Ma era una Bangkok in cui il pericolo era parte del suo fascino. Una Bangkok che sta scomparendo.

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Com'è triste Bangkok

Il centro è diviso in due parti. Una sembra una zona di guerra. I cecchini appostati, i soldati accampati, il filo spinato, le ambulanze parcheggiate. L’altra sembra ormai diventata un campo profughi. Con annesso mercatino di cibo e abbigliamento a basso costo. Patpong, la via dei locali notturni e delle bancarelle per turisti, si è spenta. Non ci sono più i contrati tanto amati o condannati, si sono uniformati in quest’atmosfera desolata, da deserto dei tartari, in attesa di uno scontro sospeso. Forse Bangkok si avvia a diventare più giusta, più etica, più corretta. Forse lo sarà ancor meno. In ogni caso un po’ di questa tristezza le resterà addosso.
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Suonala ancora Bob


Bob King è un pianista jazz. Da dieci anni passa parecchio tempo a Bangkok. Ogni secondo venerdì del mese suona al Foreign Correspondent Club. Anche la sera del 9 aprile, mentre dalla strada sottostante salivano le grida e la musica delle manifestazioni. Prima della sua esibizione abbiamo parlato un po’. Secondo lui tutta questa storia è la solita vecchia storia.
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Polli Rossi

Si materializza il disegno sulla maglietta dell’FCC, il Foreign Correspondent Club di Bangkok: un gruppo di reporter a bordo di un tuk tuk, il tradizionale triciclo a motore thailandese, che insegue un pollo. Una maglietta forse ideata ai tempi dell’aviaria, comunque significativa del fatto che a Bangkok le notizie d’interesse globale scarseggiano.
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Ora, al posto dei polli ci sono i “Rossi”, decine di migliaia di manifestanti che dal 13 marzo occupano Bangkok spostandosi da un quartiere all’altro per chiedere lo scioglimento del parlamento e nuove elezioni. E così ci si ritrova su tuk tuk, moto taxi o “embedded” nei pick-up dei rossi, per seguirne gli spostamenti. Di giorno in giorno, di ora in ora, diventano sempre più rapidi e imprevedibili, soprattutto dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del governo. “Una risata vi sommergerà” era un vecchio slogan della contestazione. Si applica perfettamente alla situazione thai, con qualunque colore la si voglia dipingere: il rosso dei “prai”, i contadini, il popolo manifestante, il giallo dell’ammat, l’elite dominante, il rosa, considerato beneaugurante per la salute del Re, di chi vuole esprimere un senso di thailandesità super partes, il blu di quelli che vogliono confondere lo scenario, il nero degli uomini del servizio d’ordine dei rossi, il verde dei soldati (definiti anche watermelon, angurie, versi fuori e rossi dentro). Basta che nel “paese del sorriso”, la risata non si spenga.
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Aspettando Merton

“Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Per la verità, non conosco neppure me stesso”…
E’ l’incipit di una preghiera di
Thomas Merton, monaco trappista, mistico, tra i primi a cercare una forma di comunione con il buddhismo. Morì durante un viaggio in Asia, a Bangkok, in occasione di un convegno inter-religioso sul monachesimo.
Andando sulle vie dell’Asia, spesso, si ricerca un nuovo Merton, qualcuno che ne incarni lo spirito.
Al simposio
Simposio Buddista-Cristiano che si è svolto nel centro di meditazione del Wat Phrathat Sri Chomthong Voravihar, un monastero di un villaggio vicino a Chiang Mai, nel nord della Thailandia, Merton non c’era.
C’era una folla di personaggi che ragionava e discuteva su “Dharma, compassione e Agape nel mondo contemporaneo (ossia sulla legge buddhista nel suo senso più ampio, sui diversi modi di interpretare e vivere la compassione e sullo spirito cristiano di comunione fraterna).
C’era una monaca cinese della scuola buddhista cha’n – la versione originaria e pura del giapponese Zen, come ha fatto notare con rigorosa dolcezza - che sottolineava la sottile differenza tra la compassine cristiana quale forma d’amore e quella buddhista come empatia.
Un vecchio buddhista thai che raccontava la vita di Gesù come una favola del villaggio, chiedendosi quanto dovesse aver sofferto per le maldicenze sul conto di sua madre (inevitabili dato il misetro della Sua nascita)
Un monaco Zen giapponese che illustrava i principi del governo etico prendendo a modello la dinastia Tokugawa, gli shogun che governarono il Giappone dal Seicento all’Ottocento, ipotizzando la possibilità della dittatura illuminata.
Un professore di economia italiano che dichiarava la felicità quale essenziale elemento da inserire nei programmi di sviluppo economico.
Un monaco cinese che analizzava la crisi finanziaria dal punto di vista del
Sutra del Loto, come fosse l’ennesima, implicita, dimostrazione della sofferenza insita nella vita
Una monaca cattolica compresa in uno stato di profonda
meditazione vipassana.
C’erano uomini e donne del
movimento cristiano dei Focolari, tra gli organizzatori del convegno, che ripetevano, come mantra: “lo scopo finale è che tutti siano uno”, “l’uniformità non è unicità”, “dare all’altro la possibilità di essere altro”
C’era un frate che commentava: “In Asia siamo lontani dall’idea di Dio, ma è forte l’idea della Morale”.
Alla fine, forse, c’era anche Merton. Almeno secondo le infinite, possibili interpretazioni del Sutra del Loto, secondo un’estensione mistica del
Principio di Indeterminazione. Forse c’era, insomma, ma passava dall’uno all’altro dei personaggi. Cercando ancora la Via.

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Dio mio, come sono caduto in basso

“Putrefazione selvaggia, bagni di sudore, uomini alla deriva… Bangkok è tutto questo più sbuffi di basilico rancido e marijuana fredda che sembra espellere da narici invisibili…Ci si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna. A pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta”.
Dio mio come sono caduto in basso.
Almeno così pare, leggendo Bangkok, il romanzo-reportage di John Osborne, canonizzato come uno dei maggiori travel-writer contemporanei, novello Greene o Malraux. Ma se osservo il Chao Phraya, il fiume che scorre sotto le mie finestre, non lo vedo “scorrere limaccioso e violento”. Salvo che la violenza non sia quella delle onde dei battelli turistici.
Dio che drammatizzazione.
Bangkok può anche essere quella descritta da Osborne, in bello stile e con parecchie confusioni, ma lo è solo per i più pervicaci cacciatori di colore locale, né si può definire con quegli aggettivi, quegli stereotipi, quegli effluvi citati in queste prime righe e tratti dalle sue prime pagine.
Io posso anche essere caduto ma non ho gettato la spugna né sono alla deriva. Casomai nuoto controcorrente.
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Quando le anime si sollevano

Nel giugno 2003 ho realizzato un reportage ad Haiti, alla vigilia delle celebrazioni per i duecento anni della “prima repubblica nera al mondo”. Ne pubblico qui alcuni stralci. Da allora non ci sono più tornato e non so quanto il paese possa essere cambiato, ma il terremoto che ha devastato il paese induce a una riflessione: ancora una volta scopriamo gli orrori solo quando divengono un’Apocalisse. In compenso il 15 gennaio, alla televisione italiana ho ascoltato un vecchio cantante divenuto opinionista totale parlare commosso del terremoto. Se ho ben capito ricordava quando visitò quel paese, sulle orme di Marlon Brando, chiedendosi che fine avessero fatto i suoi amici. Fortunatamente per loro dovrebbero stare tutti bene. A Tahiti.

«Se uno non muore, può solo credere nei miracoli» sussurra un vecchio dal sorriso sdentato che incontro nella missione salesiana di Cité Soleil, l’agghiacciante bidonville di Port-au-Prince, che galleggia su una palude di rifiuti, attraversata da fogne a cielo aperto in cui scorrono rigagnoli le cui esalazioni si mescolano alla polvere della strada, rendendo l’aria gialla e densa, bollita dal calore.
Ammesso di non morire di fame, Aids, o una qualunque delle malattie endemiche che stanno decimando la popolazione di Haiti, ci vuole davvero un miracolo per sopravvivere nel paese più povero dell’emisfero occidentale, dove due terzi dei sette milioni d’abitanti hanno un reddito inferiore ai 25 dollari il mese (contro i 67 della confinante Repubblica Dominicana). Un paese dominato da bande armate battezzate “Chimere” come il mostro mitologico, che hanno annunciato la volontà di «tagliare le teste e bruciare le case dei bianchi». Un paese dove migliaia di bambini sono venduti come restavek (parola creola che deriva dal francese rester avec, restare con), piccoli schiavi che restano con chi li ha comprati, specie nella vicina Repubblica Dominicana.
Le maledizioni di Haiti sono queste. E superano in orrore ogni possibile fantasia evocata dal vudù, col suo immaginario di stregoni, zombi, possessioni e feticci trafitti da spilloni.

«Haiti ti induce a guardare in te. Per questo non vedo l’ora di andarmene» dice un funzionario della cooperazione. Riflessione che mi ricorda una citazione di Nietzsche: “Se fissi a lungo lo sguardo nell’abisso, anche l’abisso affonda lo sguardo in te”.
«Haiti ha istituzionalizzato la criminalità, viviamo una situazione colombiana, ma molto più sfasciata» dice Mauro Miedico, giovane, entusiasta avvocato italiano della Missione Civile Internazionale ad Haiti organizzata dall’ONU e dall’OEA, l’Organizzazione degli Stati Americani.

«La magia nera è azdé, condannata» assicura padre Bruno Gilli, missionario comboniano, etnologo e antropologo, uno dei massimi esperti in materia. Purtroppo, però, è divenuta il mezzo principale della lotta politica.

Tutto ciò è conseguenza di un paradossale percorso storico che ha trasformato la prima repubblica nera del mondo in “una caricatura del potere nero”. L’indipendenza di Haiti venne dichiarata il 31 dicembre 1803 dal generale Dessalines, figlio di schiavi. Che nell’ottobre dell’anno seguente si autoproclamò imperatore. Da allora questa storia si è sempre ripetuta, sino all’apoteosi del 1963, quando Francois “Papa Doc” Duvalier si fa nominare “presidente a vita”, si dichiara incarnazione del Baron Samedi, spirito tutelare degli Inferi e dei morti, instaura una tirannide di terrore magico e incorpora tra i ranghi dei Tontons Macoute, la sua polizia segreta, molti stregoni vudù. Alla sua morte, nel 1971, il potere passa al figlio, Jean Claude “Baby Doc” Duvalier, deposto nel febbraio dell’86. Negli anni seguenti si susseguono golpe, massacri, dittature. Concluse con l’intervento nordamericano del ‘94 a sostegno del presidente Jean-Bertrand Aristide, prete dei quartieri poveri. Nel febbraio del 2001, Aristide si è autoproclamato presidente, è titolare di conti per un totale di oltre 800 milioni di dollari e vanta capacità magiche. «Assicura di poter sfuggire agli attentati trasformandosi in coniglio» dice un haitiano.

In un magnifico libro dello storico Madison Smarrt Bell la rivoluzione del 1803 è definita Quando le anime si sollevano. Il fatto è che, da allora, non hanno più trovato pace.
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Il tempo dell'ancora

Uno scrittore, come un marinaio
Segue il tempo dell’ancora.
Quando il marinaio cala l’ancora
È la fine del viaggio
Ma per lo scrittore
È l’inizio di un’avventura.

Fine anno, ma il tempo dell’ancora non sembra ancora arrivato.
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Piani Alti

Un espatriato occidentale a Bangkok si è ucciso buttandosi dal 38° piano del Q House building in Sathorn Road. La polizia ha trovato una scala che dev’essergli servita per scavalcare il parapetto e qualche mozzicone di sigaretta vicino. Dal balcone al 31° piano del Baan Chao Phaya fumo una sigaretta, guardo il fiume e le luci della città. Mi godo lo spettacolo e il momento. Piani diversi. P1040150
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Jim Thompson Mistery Trail

Il giorno di Pasqua del 1967 Jim Thompson s’incamminò lungo un sentiero delle Cameron Highlands, in Malesia. E sparì in quelle foreste di montagna. Misteriosa scomparsa che lo consacrò definitivamente tra le leggende dell’Asia contemporanea.
Affermato architetto americano, durante la seconda guerra mondiale Thompson aveva fatto parte dell’
OSS, l’Office of Strategic Services, il servizio segreto che sarebbe poi divenuto la CIA. La sua ultima missione doveva compiersi in Thailandia, ma la guerra si concluse mentre era in viaggio per Bangkok, dove assunse l’incarico di capo della stazione OSS. Dopo un breve soggiorno in patria, tornò in Thailandia. Secondo alcuni continuando a svolgere la sua attività di agente. Qualunque fosse la sua identità segreta, in pochi anni Thompson diede vita alla moderna industria della seta thai. Nel frattempo si costruì una splendida casa nel centro di Bangkok, arricchita da una collezione d’arte asiatica raccolta nei suoi viaggi nell’area.
All’epoca della sua scomparsa, dopo i lunghi anni dell’Emergency, la guerriglia comunista, le Cameron Highlands erano appena tornate a essere una località di villeggiatura come durante il periodo coloniale. Thompson era stato invitato da amici di Singapore che avevano là una residenza.
Oggi le foreste delle Cameron Highlands stanno sparendo tra coltivazioni di tè e fragole, residence, alberghi per la borghesia malese e thai che viene qui a prendere il fresco. Restano ancora alcuni tratti integri, come quello dove è stato tracciato il
Jim Thompson Mistery Trail, una passeggiata di circa due ore per osservare piante e fiori.
Dopo Jim Thompson è sparito il senso della sparizione, del mistero.

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“Se vuoi vedere la tomba di Jim Thompson vai a Honolulu” mi ha scritto un amico.
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Amori, altopiani e macchine parlanti

Impossibile resistere a un titolo tanto bello: quello del romanzo di Gianni Morelli. Che mantiene il fascino di questa promessa in una trama di viaggi, avventure, ricordi e bassifondi.

Perché Butch Cassidy and the Sundance Kid? Leggete il libro.
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La Logica e il Pugnale

“Si occupava a quel tempo della traduzione in sanscrito di alcuni testi di logica cinese. Camminava per la stanza col testo cinese in mano e traduceva ogni frase a voce alta. Quando non riusciva ad azzeccare la parola esatta, lanciava contro la porta il pugnale con cui giocava. I suoi domestici credevano che invocasse gli spiriti e lo abbandonavano uno dopo l’altro…”
Così Mircea Eliade ( 1907 –1986), storico delle religioni rumeno, di straordinaria erudizione e grande viaggiatore, descrive un italiano che, oltre a cavarsela benissimo “in tutte le lingue”, era “pure bello e seducente”: “portava lo smoking con rara eleganza, benché girasse sempre con un manoscritto nella tasca posteriore”. Quell’uomo era Giuseppe Tucci (1894-1984), il più grande orientalista italiano del Novecento, tra i massimi tibetologi a livello internazionale, scrittore, archeologo, antropologo, esploratore. Un uomo cui si adatta la descrizione di Leone l’Africano, il romanzo del libanese Amin Maaluf sulla vita di un esploratore arabo: “Sono figlio del cammino, la carovana è la mia casa e la mia vita è la più sorprendente avventura”.
Il problema è questo: l’avventura. Per Tucci l’avventura corrispondeva alla definizione del Tommaseo: “avvenimento, per lo più lieto o almeno che ha dello straordinario e del singolare”. Ma è per l’avventura che in Italia il ricordo di Tucci è andato sparendo: sembra non faccia parte dello Spirito nazionale o se ne veda solo il lato oscuro. Ricordare Tucci e riscoprire le sue lezioni, invece, sarebbe utile al paese per ricollocarsi in questo nuovo “Secolo Asiatico”. Evitando errori: dall’Afghanistan alla Cina.
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Ronin

Uno è Jon Krakauer, “scrittore fisico”, autore di Aria Sottile e Nelle terre Estreme. L’altro è Pat Tillman, carismatico atleta della NFL americana che nel 2002 decise di inseguire la gloria non sul campo da football ma su quelli di battaglia dell’Afghanistan. Dove fu ucciso da “fuoco amico” nell’aprile del 2004. La storia di Tillman è raccontata nell’ultimo libro di Krakauer: Where Men Win Glory: The Odyssey of Pat Tillman. Ancora una volta, senza enfasi o retorica, Krakauer dimostra come l’uomo possa conciliare etica ed epica, manifestare un’individualità da avventuriero e una mente critica anche in una dimensione che sfugge al suo controllo. E ancora una volta appare la dimensione tragica dell’Eroe, vittima dello stesso sistema che ha voluto servire. Come accadeva ai Ronin, i samurai senza padrone che si riconoscevano solo nel proprio onore.

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Peripli Segreti

Il periplo è la circumnavigazione di un’isola, un continente, una penisola. Era una tattica d’attacco che consisteva nell'aggirare la nave nemica per speronarla sulla fiancata. Il periplo è una navigazione mentale attraverso le storie che salpano e approdano nei porti. “Peripli segreti” è una mostra dedicata a Hugo Pratt nel museo di Cherbourg, in Normandia. Come nelle storie di Corto Maltese, girovagando in quel porto se ne scoprono altre. Alla ricerca delle immagini da Café de la Marine descritte da Simenon nel romanzo “La Marie del Porto”, appaiono le scene ultramoderne della Cité de la Mer, centro culturale dedicato all’uomo e il mare. Vedette dell’esposizione è il Redoutable, il primo sottomarino nucleare lanciamissili francese.
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Dal bacino dov’è esposto, a sua volta, si osserva l’arsenale da dove lo scorso gennaio è sceso in acqua il Terrible, sottomarino di ultima generazione, punta della forza strategica francese. Alla Cité de la Mer c’è anche una sala dedicata alla società di ricerche e ingegneria subacquea Comex e al suo fondatore Henry Delauze, uomo che sembra un personaggio di Pratt e che negli ultimi anni si dedica alla ricerca di relitti. Storie e uomini che restano nei pensieri nel periplo dell’estrema costa normanna, in uno scenario di scogliere, fari, brume e maree, dove dalle ombre tra le rocce potrebbe palesarsi una delle Morgane del Maestro di Malamocco. E’ con questi pensieri che mi avvio all’appuntamento con un altro cacciatore di tesori, in partenza per un altro periplo segreto.
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Uno scrittore come un marinaio
Segue il tempo dell’ancora.
Quando il marinaio cala l’ancora
È la fine del viaggio
Ma per lo scrittore
È l’inizio di un’avventura.

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Viktor, vittoria

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Un tribunale thailandese ha respinto la richiesta USA per l’estradizione di Viktor Bout, noto come “il mercante di morte”, uno dei più importanti trafficanti d’armi del mondo.
Bout era stato arrestato al Sofitel Silom Hotel di Bangkok il 6 marzo 2008 in un’operazione congiunta della CSD, la Crime Suppression Division thailandese, e della DEA, la Drug Enforcement Administration americana, in base a un mandato di cattura emesso dalle Nazioni Unite. Secondo le autorità, in questo modo era stato sventata la vendita di un importante stock di armi, compresi missili antiaerei, al gruppo terroristico del Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Il che spiegava il coinvolgimento della DEA.
Il giudice, però, ha stabilito che le accuse non sono sufficienti per l’estradizione poiché la Thailandia non riconosce il Farc come un gruppo terroristico. All’annuncio del verdetto, Bout, che si è sempre dichiarato un businessman, ha alzato la mano sinistra con le dita a V: Vittoria e Vendetta nei confronti di chi lo voleva “incastrare”.
Nato in Tajikistan nel 1967, ex agente del KGB, Bout si mette in affari nel 1992. Grazie ai suoi contatti con le alte sfere del esercito russo riesce ad accedere agli arsenali dell’ex Unione Sovietica e di altri paesi dell’est europeo. In breve tempo organizza una complicata rete internazionale per la vendita illegale di armi. Nei primi tre anni di attività fornisce armi a diverse milizie afghane, compresi i talebani, per un valore di 50 milioni di dollari. Quindi si orienta sul classico mercato africano ottenendo ottimi risultati. Nel 2003, infine, la guerra in Irak gli offre nuove e maggiori opportunità. Il suo catalogo è completo: dall’AK 47 di fabbricazione sovietica o cinese, a sistemi missilistici terra-aria ed elicotteri da combattimento russi MI-24. Parallelamente costruisce un impero economico legale nel settore dell’aviazione civile arrivando ad avere una flotta di 60 aerei per il trasporto di persone e merci registrati sotto una dozzina di compagnie internazionali. Bout, insomma, diviene uno dei personaggi chiave nella geopolitica del crimine, tanto che gli viene dedicato un libro: “Il Mercante di morte: soldi, armi, aerei e l’uomo che rende possibile la guerra”. Dal libro, a quanto pare, è stato tratto il film “Lord of War” (il sito è un vero e proprio wargame) interpretato da Nicholas Cage. Si dice l’Antonov AN-12, l’aereo utilizzato in una delle scene principali, sia stato affittato proprio da una compagnia di Bout.
Come sempre accade quando la realtà diventa fiction, perde la sua natura originaria, entra in una dimensione mitologica. Ma poi, quando si manifesta nuovamente come realtà, allora si sposta in una zona d’ombra, diviene inquietante, creatrice di dubbi. Perché Bout è così importante per gli USA? Perché i russi dicono di attendere il suo ritorno in madrepatria come fosse un perseguitato? Qual è il vero motivo per cui la Thailandia, storica alleata degli Usa, ha rifiutato l’estradizione? Perché, in un mondo di dietrologie, tutta questa storia non è stata oggetto di analisi?

Il trailer di Lord of the War con Nicholas Cage nella parte di Yuri Orlov,
personaggio ispirato a Viktor Bout. «Il film è pura fiction, nulla a che vedere con me
o il mio business» ha detto Bout. «Cage mi piaceva. Adesso non più».

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Uomini e robot

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«I robot non muoiono, non hanno sindacato» dice un ex subacqueo che operava sulle piattaforme petrolifere. Il greggio offshore è sempre più profondo e costoso. Quelli come lui, i palombari che s’immergevano nelle acque del Mare del Nord, sono stati rimpiazzati dai ROV, i remotely operated vehicle, sempre più autonomi ed efficienti.
E’ finita l’ennesima grande avventura. Mentre gli avventurieri degli alti fondali si sono messi a caccia di tesori sommersi. Ma anche i relitti sono troppo profondi e loro sono ormai troppo vecchi. Non gli resta altro che frugare negli archivi in cerca di navi scomparse. E poi sperare che qualcuno gli creda e sia disposto a finanziare la ricerca. A scendere, sott’acqua, anche in questo caso, sarà un robot. I vecchi palombari guarderanno i fondali da un monitor.
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Zombi

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Una delle immagini più diffuse nell’orgia delle celebrazioni in memoria di Michael Jackson è quella dei detenuti del CPDRC, il Cebu Provincial Detention and Rehabilitation Center, la prigione dell’isola di Cebu, nelle Filippine. Ballano al suono delle sue canzoni. Appare come un commosso omaggio al re del pop. In realtà è un fenomenale spot per lo show messo in scena l’ultimo sabato di ogni mese nel cortile del carcere.
«Pensavo a un sistema per mantenere la disciplina. Abbiamo iniziato con la marcia, poi con la marcia e la ginnastica a suono di musica. Quindi abbiamo cominciato a ballare. I detenuti mi chiedevano perché. E io rispondevo: Che cosa volete? Stare tutto il giorno senza far niente?» spiega Bayron Garcia, il direttore del carcere.
«Ci sono stupratori, rapinatori, assassini. Gente dalla testa dura, ma adesso sono più bravi. Ballano e non pensano» dice Lim, agente di custodia.
Il pezzo forte dello show è proprio il remake del videoclip “Thriller” di Michael Jackson. Un centinaio di detenuti-ballerini si muovono all’unisono, con inquietanti gesti da marionetta, portando in spalla tre bare bianche: sembrano davvero zombi. All’improvviso da una bara salta fuori un bakla, un transessuale, in prigione per spaccio di shabu, la metanfetamina che sta facendo impazzire l’Asia. Balla inguainato in un top bianco, la faccia dipinta di bianco e gli occhi bistrati con colori che si sciolgono sotto il sole formando enormi lacrime. E’ un doloroso incubo danzante.

Per vedere tutte le immagini del reportage fotografico di Andrea Pistolesi clicca
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Per la sinossi del reportage clicca
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Niente e così sia

Tremila persone del gruppo etnico Karen si sono rifugiate in Thailandia per sfuggire a una nuova persecuzione del governo birmano. Il rapporto dello United Nations Inter-Agency Project on Human Trafficking (UNIAP) denuncia che 2.5 milioni di persone sono vittime dei trafficanti di esseri umani. Un rapporto della Fao rileva che un miliardo di persone soffrono la fame, 100 milioni in più rispetto allo scorso anno.
Che cosa accomuna tutte queste persone? Il Niente. Sono tutti “protagonisti-particella ignoti e invisibili” della TON, la Theory of Nothing, la Teoria del Niente. Elaborata e documentata dall’antropologo Alberto Salza nel saggio Niente, è un’analisi della povertà estrema, un viaggio all’inferno. In un momento di scontro tra moralismi e correttezze d’opposto segno, Salza ti sputa in faccia la realtà. Ti fa odiare la miseria e, qualche volta, anche i poveri che ci disturbano con la loro esistenza. “Tutti allungavano le mani verso di me, almeno quelli che ce le avevano” scrive. Poco a poco capisci che quel Niente potrebbe risucchiarti come un buco nero.

Niente, per la donna Karen
e il suo bambino

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La giallezza morale

Sono andato a vedere se Kaing Guek Eav, alias Duch, mostra segni di giallezza morale.
Per William T. Vollmann, autore di uno sterminato saggio sulla violenza,
Come un’onda che sale e che scende, la giallezza morale è “la manifestazione esteriore del male o della violenza”. Segno inattingibile. Anche perché cangiante.
Duch era il responsabile del Tuol Sleng, il centro di tortura dei khmer rossi. Dove sono state “distrutte” (komtech, questo il termine khmer che rende l’idea della loro sorte) circa 20.000 persone. In questi giorni Duch compare di fronte alla Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (ECCC), tribunale internazionale istituito per processare i pochissimi leader dei khmer rossi ancora vivi. Solo alcuni di loro. Il processo si svolge in una cattedrale nel deserto, un nuovissimo, enorme palazzo di giustizia alle porte di Phnom Penh. La sala delle udienze è un teatro. Da un lato i posti per il pubblico, dall’altro un palcoscenico con la corte. Separati da una gigantesca vetrata antiproiettile che dà l’impressione di trovarsi di fronte a un acquario.
Duch è in camicia bianca a maniche lunghe, pantaloni neri, scarpe nere. E’ piccolo, leggermente ingobbito, una spalla, la sinistra, più bassa dell’altra. Forse soffre d’artrite. I capelli sono brizzolati, la testa grossa. Mi rendo conto che cerco di fare un’analisi lombrosiana. Ma non ha senso. Tanto più che non lo vedo in faccia. È seduto di fronte alla giuria. Le spalle al pubblico. Per vederlo bisogna guardare gli schermi Panasonic ai lati dell’acquario che trasmettono i primi piani dei protagonisti. Lui guarda sempre in alto a sinistra, in un angolo cieco sopra i banchi dell’accusa. Lo ascolto in cuffia. La voce è gracchiante, stridula, quasi da vecchia. Provo a immaginarla mentre pronuncia la frase che per i khmer rossi equivaleva a una condanna a morte. «Se sei vicino non sei di alcuna utilità. Se sei lontano non si sente la tua mancanza».
Non riesco a capire quanto sono condizionato dall’ambiente. In Cambogia non parlano dei khmer rossi. Ma tutti credono negli Spiriti dei morti che non hanno pace. Compresi quelli dei teschi che sono conservati nelle teche di vetro a memoria dei massacri. Per calarmi nell’atmosfera il giorno prima sono tornato a visitare il Tuol Sleng. Ormai è divenuto l’archetipo del sepolcro imbiancato, letteralmente. Per come sono state sistemate le celle, con gli strumenti di tortura disposti sulle brande in una composizione geometrica, di design.
Forse Duch trasmette energia negativa. Ma la giallezza morale non la percepisco. Appare uno come tanti. Ha un’aria precisa, da professore, qual era prima e dopo il suo periodo da aguzzino. Le penne nel taschino, i faldoni ordinatamente disposti sul tavolo, gli occhiali che si aggiusta mentre li sfoglia.
“Il diavolo che nella nostra mente collettiva è personificato nei khmer rossi non si trovava alla fine di un malarico fiume nel profondo di una giungla primordiale…I dettagli non ci avvicinano a loro. Avvicinano loro a noi” scrive il reporter
Nic Dunlop, un uomo talmente ossessionato da Duch che per anni ha girato la Cambogia con la sua foto. E’ così che lo ha trovato.
Alla fine dell’udienza Duch si alza e si guarda intorno. Ho l’impressione che per la prima volta guardi in faccia qualcuno. Me. Inevitabilmente mi viene in mente l’aforisma di Nietzsche: “Quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro”. Mi rassicuro con proverbio cinese: “Quando l’apparizione di un demone non ti sgomenta più, il demone se ne andrà”.

La normalità dell’orrore nel monologo finale di Apocalypse Now.

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Tropical Malady

«A mangiare la zuppa con una testa di pesce ti passa la fame ma non ti nutri. È una sottile differenza che ci sfugge». A rilevare la differenza è un espatriato che vive in Cambogia da quasi trent’anni. E ci vive, per sua libera scelta, come un cambogiano. Quell’uomo è all’ultimo stadio della Tropical Malady. Non è una malattia tropicale come la malaria o una qualunque tra le patologie che possono colpire in un clima tropicale. È una sindrome psicofisica che si trasmette per contagio con un altrove dove non tutti possono nutrirsi a sufficienza e c’è chi muore di fame, popolato da rifugiati, schiavi e trafficanti d’uomini, vittime e signori della guerra. Dove ogni giorno si prende coscienza delle casualità di nascita, che qui appaiono come processi karmici. Tropical Malady, come nel film del thailandese Apichatpong Weerasethakul, deriva dall’impressione inquietante di trovarsi in bilico fra due mondi. Un corto circuito in cui sia i mostri sia i ricordi divengono reali e gli uni sembrano derivare dagli altri. E’ una malattia che si cronicizza, che ti colpisce con ciclici attacchi, improvvisi e inaspettati. Si manifesta come i postumi della malaria: depressione, malinconia, stanchezza. In quei momenti vorresti scappare, tornare là dove le stagioni si susseguono, dove ci si nutre di cibo e di certezze. Ma forse è meglio imparare a convivere con la malattia, lasciarla metabolizzare in ciò che Gregory Bateson chiamava l’ecologia della mente. Come accade nel film: addentrandosi sempre più profondamente nella giungla, s’impara un’altra lingua per parlare agli Spiriti e si raggiunge un altro livello di consapevolezza

In attesa di guarigione o Illuminazione...
Di trafficanti e rifugiati ne ho già piena la vita…


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Come gin and tonic

«Alberghi famosi e reporter di guerra si mescolano bene: come gin and tonic». E’ iniziato così il discorso di Peter Arnett, uno dei più famosi reporter del secolo scorso, ospite d’onore al party per i cinquant’anni del Caravelle, l’albergo di Saigon dove alloggiavano molti giornalisti durante la guerra del Vietnam, la Guerra Americana, come la chiamano là. Arnett fece il suo primo check in al Caravelle il 26 giugno 1962. Nei 13 anni successivi, come corrispondente della AP, avrebbe trasmesso oltre 3000 pezzi. L’ultimo il 30 aprile 1975, il giorno della fine della guerra. Quel giorno, ricorda Arnett, i camerieri del Caravelle continuarono a svolgere il loro servizio come sempre. Di questi tempi, quando si discute sin troppo di nuovi media, Arnett non ha voluto impartire lezioni. Si è limitato a raccontare qualche episodio dell’epoca. Come quello degli impeccabili camerieri del Caravelle, o quello di George Esper, allora giovane reporter dell’AP ignaro dell’uso del bidet. Secondo lui era stato predisposto per poter sciacquare gli stivali sporchi di fango. Arnett ha parlato anche del fango, quello della Collina 875, nella valle di Dak To, al confine con il Laos, dove nel novembre 1967 fu testimone di una delle più sanguinose battaglie della guerra. Fu allora, racconta, che capì davvero perché si trovava là: «per raccontate le storie di quegli uomini. E’ questo che fanno i reporter». Non è il mezzo che fa il messaggio, non è il bicchiere che conta per un buon gin and tonic.

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Fuga di mezzanotte

«I started at midnight...». E’ iniziata proprio in quella fatidica ora la fuga di David McMillan. Nel 1996 è evaso dalla prigione di Klong Prem, nota come Bangkok Hilton. E’ stato l’unico occidentale a riuscirci. Uno dei pochissimi in assoluto. E così è diventato un esperto in evasioni. Tanto che la BBC ha chiesto il suo commento quando, poche settimane fa, due detenuti sono evasi in modo spettacolare da una prigione greca. Chi vuole saperne di più può leggere Escape, il libro in cui racconta la sua avventura. O ascoltarla dalla sua voce nell’intervista della BBC. Prima di diventare un personaggio romanzesco che sembra recitare il copione di un film, McMillan era un trafficante d’eroina. Le trame sono come la confessione: rimettono i peccati.
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Blade Runner Syndrome

A Bangkok o Manila, come in certi quartieri di Hong Kong, Kuala Lumpur o Tokyo, è facile essere colti dalla Sindrome Blade Runner. Prende nome da quelle scene del film in cui si viene catapultati in una metropoli postmoderna, divisa in un sopra di grattacieli e occulti centri di potere e in un sotto di sterminati bassifondi al neon, disseminati da banchetti di street-food.
Un mondo dominato da una classe di oligarchi e popolato da una massa confusa e sordida. E’ una sindrome pericolosa: deforma la realtà. Per alcuni quelle scene divengono l’immagine matrice di un mondo globalizzato, dominato da multinazionali che agiscono come spettri creatori di zombi. In altri si manifesta come una perversa seduzione per tutto ciò che è ambiguo, sordido, in penombra. In entrambi i casi crea dipendenza culturale. Ovunque si vada, si cercano disperatamente situazioni che dimostrino quel postulato, che inducano quel brivido esistenziale. Si perde il quadro generale in cambio di uno scorcio. Poi si comincia a credere che quello sia il mondo. E qualcuno ci si smarrisce. E’ il sonno della ragione.


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The God and the Gun

«I have two partners: the God and the Gun». Parola di Franco Tito, capitano del barangay, il villaggio, di Diwalwal. Per confermare le sue parole prima alza gli occhi al cielo, poi estrae l’automatica con caricatore da 11 colpi che porta sempre al fianco.
Il territorio del barangay si estende per 729 ettari sul fianco del monte Diwata, nella Compostela Valley, sud dell’isola di Mindanao. E’ in questa montagna che si trova il più grande deposito d’oro delle Filippine. Forse uno dei più grandi al mondo. La zona più ricca, a quanto pare, è concentrata in quei 729 ettari. Ci vivono oltre 40.000 persone. È un agglomerato di capanne, spacci, bordelli, mercati, sparso sui fianchi della montagna, intersecato da strade di pietre e fango, colate tra le immense felci della foresta come fossero un fiume di legno, mattoni, metallo. Come fossero anch’esse i “destino”, i rami delle small scale mines, le piccole miniere. Queste a loro volta s’intrecciano sotto la montagna in cunicoli dove gli uomini strisciano come serpenti, strappando tonnellate di pietra che saranno frantumate per estrarne circa 20 grammi d’oro a tonnellata. Diwalwal è un formicaio. Negli anni ‘80, dopo la scoperta dell’oro, era il posto più pericoloso delle Filippine, uno dei più pericolosi al mondo. Sparavano raffiche di M16 anche per farsi luce. Poi è arrivato Franco Tito ed è riuscito a mettere ordine. Soprattutto perché ha trovato un nemico comune: le multinazionali che vorrebbero trasformare Diwalwal in un’immensa miniera a cielo aperto. Spazzando via la montagna, la foresta e quello che per gli uomini come Franco è diventato un luogo dove rifarsi una vita. Anche rischiandola ogni giorno nel loro “destino”.
La loro è una delle tante storie che in questo momento sembrano non avere un perché. Sono troppo esterne al nostro mondo. Invece possono servirci a riflettere su quanto siano relativi i nostri valori, sulle infinite sfumature tra giusto e ingiusto.
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Le Signore in Rosso

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Mentre passeggiavo per una grande strada di Bangkok, a pochi passi dal palazzo del governo, una donna mi ha invitato a sedere sul marciapiede e mi ha massaggiato la schiena. Intanto un’altra signora mi rinfrescava con un ventaglio. Un’altra ancora mi ha portato da bere. Altre cinque o sei donne ridevano della mia faccia beata. “Mai pen rai”, non ti preoccupare “questa è la Thailandia” ha detto una di loro. Quelle donne, tutte vestite di rosso, facevano parte delle sessantamila persone che manifestavano contro il governo e in favore dell’ex premier Thaksin, deposto da un colpo di stato nel 2006 e oggi in esilio non si sa bene dove. Il ventaglio con cui mi sventolavano raffigurava la sua faccia. Quelle donne venivano dalle zone più povere del paese: l’estremo nord e l’Isaan, il nord-est. Una è una cuoca, un’altra ha un baracchino al mercato, una lavora per un’impresa di pulizie. E una, ovviamente, fa massaggi. Erano le tipiche rappresentanti dei “rossi”, come sono chiamati i manifestanti, per il colore delle magliette o dei cappellini che indossano. Nel loro caso il rosso non definisce una posizione di stampo comunista. E’ per contrapporsi ai “gialli”, oggi filogovernativi e in precedenza manifestanti essi stessi quand’era al potere il partito di Thaksin. I gialli rappresentano l’élite del paese, la borghesia di Bangkok, la nobiltà. I rossi sono le classi più povere, i contadini, i piccoli commercianti. I gialli sono favorevoli a una riforma che limiti la democrazia a favore di una dittatura benevolente e “illuminata”. I rossi sostengono una democrazia di stampo populista e molto spesso sono più che disposti a vendere il loro voto. E’ un’alternativa da filosofi della politica. Questa mattina, tra tutte quelle donne, mi sentivo molto populista.
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Sotto la pioggia di Nha Trang

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Una ragazza e una bambina vietnamite si riparano dalla pioggia monsonica sotto un ombrello. Un raggio di luce fa brillare l’acqua che scende e le pozze sulla strada. Sullo sfondo un ciclò, un risciò a pedali. E’ l’immagine che ha reso famoso Long Thanh, un fotografo di Nha Trang, città costiera nel sud del Vietnam. Durante la guerra era una base americana, oggi è una delle tappe nel circuito turistico del sud-est asiatico. Il suo modello è Miami.
La foto è stata scattata nell’aprile 1987, alle 4 del pomeriggio. Un anno prima il sesto congresso del partito dei lavoratori vietnamiti aveva dichiarato il Doi moi, il rinnovamento, la politica di liberalizzazione economica.
Long Thanh continua a lavorare come allora: non usa macchine digitali, fotografa in bianco e nero, sviluppa da solo. L’unica differenza è la pellicola: giapponese invece di quella prodotta nella DDR, la Repubblica Democratica Tedesca. “In Vietnam è cambiato tutto. Ma io voglio fotografare come una volta” dice.
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The Fixer

Il più famoso, ormai una leggenda nei peggiori bar di Bangkok, Saigon e dintorni, era Jack Shirley. Nel suo curriculum vantava una lunga esperienza come agente della CIA durante la guerra del Vietnam. A quanto raccontano e raccontava lui stesso era stato un killer dell’Agenzia che aveva “zapped”, eliminato, una dozzina di bad boys. Dopo la guerra si era stabilito in Thailandia ed era divenuto uno dei più quotati Fixer, richiesto dai produttori di Hollywood che volevano girare un film in Sud-est asiatico. Il Fixer, infatti, deve avere le stesse qualità del killer. Conoscere bene l’ambiente in cui si muove, avere i contatti giusti, essere rapido ed efficiente. L’unica differenza è che il Fixer non uccide, organizza. E’ una specie di guida che assiste giornalisti, operatori economici, chiunque voglia intraprendere una qualsiasi iniziativa in un paese “volatile”, instabile o problematico. In alcuni casi si confonde o è confuso con lo Stringer, un giornalista freelance che raccoglie notizie e informazioni per le agenzie stampa o per i corrispondenti e gli inviati ufficiali. Ma chi vuole davvero frugare nelle zone d’ombra, non troverà miglior collaboratore, e a volte amico, di un bravo Fixer. Senza contare che è divenuto uno status symbol.
Ho anch’io un Fixer. Anzi, più d’uno.
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La triste sorte di Veronique Delmas

Veronique Delmas è stata venduta. Assieme a decine di compagne, attende che si compia il suo destino su una spiaggia sul Golfo del Bengala. E’ ancora giovane, ma sono trascorsi i tempi di quando era bella, girava il mondo col suo passaporto delle Bahamas e in tanti pagavano per ottenere i suoi favori. Forse è per questo che si trova qui: ha lavorato, girato troppo. Si è consumata. Tra poco la faranno a pezzi e ne venderanno le parti.
Veronique Delmas è una nave, un cargo portacontainer lungo 189 metri, di 30.750 tonnellate di stazza, costruita in Francia nel 1984 e battente bandiera delle Bahamas. E’ stata venduta a uno dei cantieri di demolizioni navali di Chittagong, in Bangladesh. E’ conosciuto anche come il mattatoio delle navi, specie dopo il reportage fotografico realizzato da
Sebastiao Salgado nel 1989.
Oltre la linea segnata dalla bassa marea sono allineate decine di navi di ogni tipo e stazza, posate sui bassi fondali, le ancore in bando. Alcune sono già sezionate, tagliate a compartimenti. Compongono un’immagine spaziale, surreale, postatomica. Sembrano materializzare il crollo della civiltà, la decadenza, la vacuità.
I bassifondi scivolano in una larghissima spiaggia che ormai ha modificato la sua composizione geologica. E’ una nuova materia, una miscela di sabbia fango e nafta, una specie di tappeto elastico in cui improvvisamente si sprofonda.
Là dove il terreno si solidifica sono sparsi i giganteschi pezzi estratti dalle navi. Plance, ancore, turbine, timoni, catene. Addirittura intere sezioni che vengono rovesciate come immensi quarti di bue. Tra i pezzi formicolano uomini ormai indistinguibili dall’ambiente che li circonda. Li smontano, li divorano: è un processo quasi entomologico, che ha per unico suono il sibilo delle fiamme ossidriche e il gracchiare dei corvi. E’ la materializzazione in carne e metallo del concetto di entropia. Ci sono anche ragazzi, alcuni poco più che bambini, al lavoro. Ma qui l’alternativa può essere molto peggiore. Le regole morali si disintegrano e trasformano come le navi.
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L'insostenibile lentezza del treno

Da Phnom Penh a Battambang, Cambogia: 274 chilometri di ferrovia, un percorso di circa 14 ore seguito da uomini, donne, vecchi, bambini per i quali la globalizzazione è un mistero, troppo poveri anche per i bus.
Il treno è una carcassa, un rottame mobile che oscilla come un battello, dove tutto sembra marcire: il legno e il ferro dei vagoni come la carne, i denti dei passeggeri, i rifiuti sul pavimento accumulati nel tempo, ormai sedimenti. E dove tutto ciò diviene una specie di nuovo ordine che riflette l’economia, la società, la natura di un Tropico ancora Triste. Il treno è lo specchio della realtà che scorre oltre le orbite vuote dei finestrini: gli slum di Phnom Penh, le baracche dei villaggi.
Un viaggio del genere non è un modo per entrare in contatto con questa realtà. Scendi e ti gira la testa, sei umido, sporco, eppure hai condiviso solo un giorno della loro esistenza. Per noi c’è sempre un ritorno, un punto d’arrivo diverso. Per loro il viaggio non ha fine: prosegue interminabile nella vita in una capanna in mezzo a una risaia deserta, di fronte a una ferrovia che passa una volta la settimana.
All’apparenza è un’occasione per riflettere su se stessi. Ma i pensieri più profondi, poco a poco, si dissolvono nella ricerca di una posizione più comoda, nella necessità di espletare una funzione fisiologica, di ripararsi dal sole, dal caldo o dall’acqua del diluvio improvviso che inonda il vagone e ti fa comprendere perché tutto imputridisca. Un viaggio del genere dovrebbe indurre a riflessioni sul tempo, sui diversi modi di viverlo e seguirlo. A riconsiderare la nostra fretta e la nostra insofferenza rispetto al monacale atteggiamento degli orientali. Dovrebbe risintonizzarci sui ritmi circadiani perduti. Potrebbe innescare una meditazione sul karma, il destino o il caso, comunque si voglia chiamare la fortuna o la sfortuna di nascere in un luogo o in un altro, nonchè sulla relatività di questo fattore in funzione delle diverse priorità esistenziali.
Un viaggio così, invece, nella sua insostenibile lentezza, è un detonatore di dubbi. Ci mette di fronte all’indeterminatezza delle definizioni che siamo soliti dare al viaggio e al viaggiare, nel confronto con una realtà che non è mistica ma solo straziante.
Alla fine quel viaggio diviene solo un’altra storia da raccontare. L’ennesima storia che comincia con “Che ci faccio qui?”.

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